Il 25 settembre 1951 Dino Buzzati raccontò sul Corriere della Sera l’inaugurazione del rifugio sotto la Schiara. A 75 anni da quella giornata, rileggiamo una storia che racconta anche il legame profondo dello scrittore bellunese con le sue montagne.
Chi arriva a Belluno e alza gli occhi verso nord la vede subito. La Schiara non è la più alta delle Dolomiti, ma è quella che sta lì, addosso alla città: una muraglia di roccia chiara che nelle sere d’estate diventa rosa e in autunno si copre di nebbia fino a sparire. Per i bellunesi non è una montagna qualsiasi. È la montagna.
Nel settembre del 1951, ai piedi di quella parete, succede una cosa che a Belluno si aspettava da trent’anni. In località Pis Pilón, a 1.502 metri di quota, viene inaugurato un rifugio nuovo, tirato su a forza di braccia e di muli lungo la Val d’Ardo. Quel giorno salgono in tanti: alpini in armi e alpini in congedo, soci del Club Alpino, autorità, gente di città partita prima dell’alba per farsi a piedi le tre ore da Case Bortot.
Fra loro c’è un uomo di quarantacinque anni che quelle rocce le guarda da quando era ragazzo e che ormai da più di vent’anni vive e lavora a Milano, in via Solferino, al Corriere della Sera. Si chiama Dino Buzzati ed è nato a due passi da lì, a San Pellegrino di Belluno.
Due giorni dopo, il 25 settembre 1951, i lettori del Corriere trovano il suo racconto di quella giornata sotto un titolo che non si dimentica: «Non parlava inutilmente il vecchio generale degli alpini».
23 settembre 1951: una giornata sotto la Schiara
La data che la memoria bellunese ha fissato per l’inaugurazione del Rifugio 7° Alpini è quella di domenica 23 settembre 1951: coerente con la stagione, con il giorno festivo e con la cronaca che sarebbe uscita due giorni più tardi. Va però detto con onestà, perché la memoria merita rigore: le fonti oggi consultabili concordano sull’anno e sul mese — settembre 1951 — mentre il giorno esatto non risulta documentato in modo univoco. Chi conservasse un invito, una fotografia datata o una copia del giornale dell’epoca ci farebbe un regalo prezioso.
Del cantiere, invece, sappiamo molto. Il sito era stato individuato da Giuseppe «Chino» Viel nei pressi della Casera del Pis Pilón. La struttura grezza venne realizzata dall’impresa Bortoluzzi per 3.800.000 lire ed era finita alla fine di agosto del 1950; le finiture furono affidate all’impresa del senatore Attilio Tissi, che era anche uno dei più grandi alpinisti italiani del suo tempo. Tutto il resto lo fecero gli uomini e gli animali: 735 viaggi-mulo, 1.440 ore di lavoro, 120 trasporti a spalla, con l’aiuto degli artiglieri della 23ª Batteria del Gruppo Belluno e degli alpini dell’8° Reggimento di Tolmezzo.
Abbiamo raccontato altrove, con tutti i particolari, la storia del Rifugio 7° Alpini, degli uomini e dei muli che contribuirono alla sua costruzione. Qui ci interessa un’altra cosa: che cosa vide, in quella giornata, un cronista che di mestiere scriveva romanzi.
Due giorni dopo Buzzati racconta tutto sul Corriere
Che a inaugurare un rifugio di provincia ci fosse l’inviato del più importante quotidiano italiano non era affatto scontato. Lo diventa se si considera che quell’inviato era nato a un paio di chilometri dalla partenza del sentiero, e che al Corriere della Sera era entrato il 10 luglio 1928, poco più che ventenne, per non lasciarlo mai più: cronista, inviato di guerra, elzevirista, critico d’arte.
Il pezzo si apre come si aprono le belle giornate di settembre in montagna: «S’inaugura il nuovo rifugio Schiara proprio sotto la grande muraglia: sarà una magnifica giornata». Non è la prosa di chi è stato mandato a coprire un evento. È la voce di uno che quella muraglia se la porta dentro da sempre e che, per una volta, può raccontarla ai lettori di Milano fingendo di fare solo il suo lavoro.
🖋️ Dino Buzzati, un bellunese al Corriere della Sera

Nasce il 16 ottobre 1906 a San Pellegrino, alle porte di Belluno, nella villa di famiglia: i Buzzati sono una famiglia bellunese, anche se la casa di tutti i giorni è a Milano. Entra al Corriere della Sera il 10 luglio 1928 e ci resterà per tutta la vita — cronista, inviato di guerra sul mare, elzevirista, critico d’arte.
La montagna è nei suoi libri fin dal primo: Bàrnabo delle montagne (1933), poi Il segreto del Bosco Vecchio (1935) e, nel 1940, Il deserto dei Tartari, il romanzo che lo rende uno degli scrittori italiani più letti nel mondo. Seguiranno La famosa invasione degli orsi in Sicilia (1945), i Sessanta racconti (Premio Strega 1958), Un amore (1963), Poema a fumetti (1969).
Accanto alla scrittura c’è sempre la pittura, con la prima personale nel 1958: «Scrivere e dipingere per me sono la stessa cosa», diceva. Muore a Milano il 28 gennaio 1972.
A Belluno e alle sue montagne resta legato tutta la vita: ci torna ogni estate, le disegna, le racconta. E quando deve indicare la sua montagna, non ha dubbi.
«Non parlava inutilmente il vecchio generale degli alpini»
Il titolo dell’articolo del 25 settembre 1951 è la chiave di tutta la vicenda. Del rifugio sotto la Schiara si parlava, scrive Buzzati, «da almeno trent’anni»: progetti, riunioni, buone intenzioni e nessun soldo. Poi qualcosa si sblocca, e la sua cronaca ci dice che cosa: la decisione di dare al rifugio «il nome del VII Alpini alla memoria dei caduti del reggimento». Dopo trent’anni, annota, i soldi sono arrivati.
Sta tutto qui il senso di quel titolo. Non un elogio generico della retorica militare — Buzzati la retorica la conosceva benissimo e la sapeva riconoscere a distanza — ma la constatazione, quasi stupita, che per una volta le parole di un vecchio ufficiale degli alpini avevano prodotto qualcosa di solido: un edificio di pietra a 1.502 metri di quota, con dentro le brande e la stufa.
Chi fosse esattamente quel vecchio generale non è ricostruibile con le fonti oggi accessibili: la cronaca lo indica per quello che rappresenta, non per il nome. Sarebbe bello poterlo dire con certezza, e ci piacerebbe che qualcuno, negli archivi di famiglia o della Sezione, ritrovasse i nomi di chi quel giorno prese la parola.
La Schiara, «la montagna della mia vita»
Per capire perché quel pezzo del 1951 non sia una cronaca qualunque bisogna sapere che cosa fosse la Schiara per chi lo scriveva. Buzzati l’aveva salita da ragazzo, a quindici anni, con gli amici; l’aveva disegnata, dipinta, raccontata. Nel 1964 le avrebbe dedicato uno scritto dal titolo che dice tutto, L’amico Schiara, tornando con la memoria a quelle prime scalate.
Il legame era quotidiano, quasi domestico. Raccontava che d’estate, tornando alla casa di famiglia a due passi da Belluno, usciva la mattina, attraversava il prato e in fondo si voltava: là c’era la Schiara. La chiamava «la montagna della mia vita». Non una vetta da collezione — le sue estati di roccia le passò soprattutto sulle Pale di San Martino e sulla Croda da Lago — ma la montagna di casa, quella che si guarda dal cortile e che ritorna nei sogni.
🏔️ Il gruppo della Schiara

Il gruppo della Schiara chiude a nord la conca di Belluno e culmina nei 2.565 metri del monte Schiara. È l’angolo più meridionale delle Dolomiti bellunesi, oggi cuore del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi e area riconosciuta Patrimonio Mondiale UNESCO.
Il suo simbolo è la Gusela del Vescovà, il monolito forato — una quarantina di metri — salito per la prima volta il 14 settembre 1913 da Andreoletti e Jori. Dalla città si vede come un ago sottile appoggiato al cielo: è l’immagine che ogni bellunese porta con sé.
Ai piedi della parete sud corre la Val d’Ardo, il solco selvaggio che dal Bus del Buson sale fino al Pis Pilón: è la via che i muli percorsero centinaia di volte per costruire il rifugio, ed è ancora oggi il sentiero CAI 501, la salita normale da Case Bortot.
Buzzati: Belluno, le Dolomiti e quel mondo di crode e mistero
Le montagne di Buzzati non sono mai soltanto geografia. Sono un mondo di «montagne misteriose», di «lunghi inverni», di «favole» e di «spiriti delle spelonche», dove conta più il «senso intraducibile di lontananza, solitudine e leggenda» che non l’altimetria. Le pareti immaginarie che circondano la Fortezza Bastiani nel Deserto dei Tartari hanno la forma e soprattutto il silenzio delle crode che si vedono da Belluno.
Il desiderio della montagna gli restò addosso anche quando smise di arrampicare. Nel 1941 confessava ai lettori del Corriere d’Informazione: «Tutte le sante notti, da una ventina d’anni a questa parte, mi sognavo le montagne». È una frase che spiega, meglio di qualsiasi commento, perché nel settembre del 1951 salisse volentieri verso il Pis Pilón con il taccuino in tasca.
E spiega anche il tono del suo pezzo: davanti agli alpini, ai muli e a un rifugio nuovo, Buzzati non fa il letterato in gita. Fa il cronista che sa riconoscere, in una giornata di sole e discorsi, il momento in cui una comunità si dà finalmente ragione di una cosa che rimandava da trent’anni.
Perché il Rifugio 7° Alpini dovette aspettare trent’anni
Trent’anni sono tanti. L’idea di un rifugio sotto la parete sud della Schiara circolava a Belluno fin dagli anni Venti, e chiunque frequentasse quelle rocce sapeva quanto servisse: la Val d’Ardo è lunga, le vie sulla Schiara sono impegnative, e senza una base d’appoggio in quota tutto diventa una spedizione. Mancavano però le condizioni: prima la crisi economica, poi la guerra, poi le macerie della guerra.
Fu proprio il dopoguerra, paradossalmente, a sbloccare la situazione. Nel Bellunese la ricostruzione coincise con il bisogno di ritrovare un’identità collettiva, e gli alpini — quelli tornati e quelli che non erano tornati — ne erano il centro. Quando il progetto smise di essere «un rifugio in più» e diventò un monumento, i soldi e le braccia si trovarono in fretta.
Un rifugio dedicato ai Caduti del 7° Alpini
Il 7° Reggimento Alpini era stato costituito il 1° agosto 1887 e alla Val Belluna appartiene da sempre: battaglioni Feltre, Pieve di Cadore, Belluno. Aveva lasciato i suoi uomini sull’Isonzo e sull’altopiano della Bainsizza, sul Grappa, in Albania, in Grecia, in Russia; fu sciolto il 12 settembre 1943, ricostituito nel 1953, e oggi ha di nuovo sede a Belluno. Chi volesse un esempio concreto di quel prezzo può leggere il nostro racconto della battaglia della Bainsizza dell’agosto 1917 e del 7° Reggimento Alpini sull’Isonzo.
Intitolare il rifugio ai caduti del 7° significava trasformare un edificio in un atto di memoria: non una lapide in un cimitero, ma un tetto vivo, che ogni estate accoglie chi sale. È la ragione per cui, settantacinque anni dopo, quel nome non suona come una formula. E, come si capisce dalla cronaca di Buzzati, fu anche la ragione per cui il rifugio poté finalmente essere costruito.
Il Rifugio 7° Alpini e l’Alta Via n.1 delle Dolomiti
C’è un motivo se oggi il nome di questo rifugio è conosciuto ben oltre i confini della provincia. Il Rifugio 7° Alpini è infatti l’ultimo rifugio dell’Alta Via n.1 delle Dolomiti, la classica traversata di circa 125 chilometri che in una dozzina di tappe collega il Lago di Braies a Belluno.
Chi arriva quassù dal Bivacco del Marmol, dopo la ferrata Piero Rossi, ha alle spalle giorni di cammino lungo tutte le Dolomiti; davanti gli restano solo la discesa della Val d’Ardo, Case Bortot e la città. Il rifugio è insomma l’ultima notte in quota di una delle traversate alpine più amate d’Europa: un dettaglio che nel 1951 nessuno poteva prevedere, e che oggi rende quel tetto di pietra un pezzo di Belluno conosciuto in mezzo mondo.
🇮🇹 1951–2026: 75 anni del Rifugio 7° Alpini
23 settembre 2026 — settantacinque anni dalla giornata dell’inaugurazione del Rifugio 7° Alpini, sotto la parete sud della Schiara.
25 settembre 2026 — settantacinque anni dall’articolo con cui Dino Buzzati raccontò quella giornata ai lettori del Corriere della Sera.
Settantacinque anni dopo
Di quel settembre del 1951 sono cambiate quasi tutte le cose. I muli non salgono più: al loro posto c’è l’elicottero, che in una mattina porta in quota quello per cui allora servivano settecento viaggi. Le tre ore da Case Bortot si fanno con scarponi leggeri e previsioni meteo sul telefono, e da qualche anno quella salita è anche una cronoscalata. Il Corriere della Sera che pubblicò l’articolo si legge oggi soprattutto su uno schermo.
Non è cambiata la funzione del rifugio: un tetto e un pasto caldo a 1.502 metri, per chi ci arriva con le proprie gambe, sotto una parete che non fa sconti. E non è cambiata la ragione del nome, che è poi la ragione per cui il rifugio esiste.
Quanto a Buzzati, quelle pagine hanno acquistato con il tempo un valore che allora non avevano: sono una delle poche testimonianze dirette di come nacque il rifugio, scritta da qualcuno che non stava «coprendo un evento», ma tornando a casa.
Quella montagna è ancora lì
Se oggi si esce a Salce, o in un qualsiasi prato della Val Belluna, in una di quelle mattine di settembre in cui l’aria è già fredda e il cielo pulito, si vede esattamente quello che vedeva lui: la grande muraglia, la Gusela sottile appoggiata al cielo, il solco della Val d’Ardo che sale nell’ombra.
Sono cambiati gli uomini, i mezzi, i modi di arrivare lassù. La Schiara, invece, continua a fare quello che ha sempre fatto: stare sopra Belluno e guardare la città. Era «la montagna della sua vita». È rimasta, semplicemente, la nostra.
🇮🇹 Vuoi conoscere tutta la storia del Rifugio 7° Alpini?
Dalla costruzione ai trasporti con i muli, dagli alpini alla Schiara: abbiamo ricostruito la storia del rifugio simbolo delle montagne bellunesi.
Fonti e approfondimenti
- Ricostruzione del cantiere, dei trasporti e citazioni dall’articolo di Buzzati: Crono Rifugio Settimo Alpini — Storia.
- Dati generali sul rifugio e sull’articolo del Corriere della Sera del 25 settembre 1951: voce «Rifugio 7º Alpini» su Wikipedia.
- Buzzati e le Dolomiti bellunesi, con le citazioni sulla Schiara: Dolomia Magazine.
- Biografia e cronologia delle opere: dinobuzzati.it — La vita.
- Ambiente, ferrate e sentieri del gruppo della Schiara: Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi.
- Tappe e percorso: Alta Via n.1 delle Dolomiti, dal Lago di Braies a Belluno.
- Il nostro approfondimento storico: Rifugio 7° Alpini: la straordinaria storia del rifugio della Schiara costruito da uomini e muli.
Immagine di apertura: il Rifugio 7° Alpini ai piedi della parete sud della Schiara. Foto: BjoeMu, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0.
Dietro ogni penna nera c’è una persona: ritratti, biografie e testimonianze raccolte dal Gruppo Alpini di Salce. Puoi leggere la sezione dedicata ai personaggi.


