Questi sì che erano Alpini!
La storia di Giuseppe Sartor, del Gruppo Alpini di Orsago (TV), che girava per il mondo a correre maratone col cappello alpino.
A volte ci arrivano all’orecchio storie che difficilmente leggeremo sui giornali, che non hanno targhe né medaglie appese in bacheca. Storie che vivono nella memoria di chi le ha vissute, e che arrivano fino a noi per caso, attraverso la voce di una figlia che le racconta quasi per caso, molti anni dopo, davanti a un bicchiere di quello buono.
È così che è arrivata a noi la storia di Giuseppe Sartor, classe 1935, alpino del Gruppo di Orsago, provincia di Treviso.
L’uomo dietro il cappello
Giuseppe Sartor non era un runner di professione. Era un imprenditore.
Nel 1966, a soli 31 anni, aveva fondato la SARBO S.n.c., officina metalmeccanica specializzata nella tornitura automatica di precisione e nella produzione di minuterie metalliche, con sede nel trevigiano. Un’azienda costruita dal niente, con le mani e con la testa, in quegli anni in cui il Nordest italiano stava diventando la locomotiva industriale del Paese.
Quando salì sull’aereo per New York nel 1989, la SARBO aveva già più di vent’anni di lavoro alle spalle e dal 1987 era diventata una SARBO S.P.A., operai da guidare, commesse da onorare, clienti da soddisfare.
Eppure ogni tanto Giuseppe posava le chiavi dell’officina sul tavolo, salutava la moglie Domenica, abbracciava i figli, e se ne andava. Con le scarpe da corsa. E con la Penna Nera in testa.
Non per fuggire da qualcosa — ma perché quell’uomo sapeva che nella vita c’è spazio per tutto: per costruire un’azienda, per crescere una famiglia, e per correre quarantadue chilometri per le strade di New York o di Londra con il cappello degli Alpini.
Lasciava a casa l’imprenditore. Portava con sé il suo essere Alpino.
New York, 5 novembre 1989

Cinquantaquattro anni. Un biglietto per New York. Un pettorale alla Maratona più famosa del mondo.
E in testa, il suo amato cappello alpino.
Non per i fotografi, non per fare scena. Giuseppe Sartor quel cappello lo portò per tutti i 42 chilometri e 195 metri del percorso, attraverso i cinque borough di New York, dal ponte di Verrazzano fino al traguardo di Central Park. Il cappello alpino era parte di lui, e lui non aveva motivo di toglierlo. Tagliò il traguardo con il tempo di 4 ore, 40 minuti e 38 secondi.
Era la stessa edizione in cui il tanzaniano Juma Ikangaa tagliò il traguardo per primo, con il tempo di 2 ore, 8 minuti e 1 secondo, in una delle edizioni più competitive della storia della gara.
Mentre Ikangaa entrava nella leggenda della maratona mondiale, tra le migliaia di runner che quel giorno percorrevano le strade di New York c’era anche un Alpino veneto con il suo bel cappello in testa. E una penna che, lunga com’era, avrebbe meritato un cinque!
Un’impresa silenziosa
Nel 1989 partecipare alla Maratona di New York non era come oggi. Non c’erano app di iscrizione, voli low cost o gruppi Facebook di runner. Organizzarsi richiedeva tempo, contatti, determinazione. Farlo a 54 anni, partendo da Orsago, era già di per sé un’avventura.
Giuseppe Sartor lo fece. E lo fece da Alpino.
Quella non era una scelta folkloristica. Era il segno di un’appartenenza che non si mette da parte quando si è fuori dalla propria valle, quando si è lontani da casa, quando le gambe fanno male al trentesimo chilometro.
Il cappello alpino era lì, sul capo, come lo era stato nei giorni del servizio militare, come lo era nelle adunate, come lo sarebbe stato per tutta la vita.
Londra, 1990: il bis
Ma Giuseppe non si fermò a New York.
L’anno successivo, nel 1990, era già alla partenza della Maratona di Londra. Cinquantacinque anni, lo stesso cappello alpino in testa, e un traguardo tagliato con il tempo di 4 ore, 36 minuti e 44 secondi — quattro minuti in meno rispetto a New York.
Due maratone, due capitali mondiali, due anni consecutivi. Con il cappello alpino. A un’età in cui la maggior parte delle persone pensa tutt’altro che a correre per le strade di Londra.
La storia ce la racconta Roberta, la figlia
Il 13 novembre 2023 Giuseppe Sartor ha posato lo zaino ed è “andato avanti”. Ma il ricordo di quelle domeniche di corsa per le strade di New York e Londra vive ancora nella sua famiglia.
È stata sua figlia Roberta a raccontarmi questa storia, in occasione di una manifestazione Efesto ad Asolo. Con lei, la mamma Domenica, custode silenziosa di una memoria che meritava di essere condivisa.
A Roberta e Domenica va il nostro “Grazie!”.
E a Giuseppe, il saluto che si dà agli Alpini che se ne vanno prima di noi.
Ciao, “vecio”!
Michele Sacchet