La guerra non sceglie patria

La storia dimenticata di Jone Yoshikawa, interprete giapponese, dal Giappone alle colline del Piave

Nel cimitero di Miane dorme una donna che nessuno è venuto a cercare. La lapide fu posta il 15 dicembre 2013, in una fredda mattina d’inverno, a ricordo di chi in quelle colline tra Combai e il Quartier del Piave perse la vita nelle settimane convulse che seguirono la fine della guerra. Tra i nomi incisi nella pietra c’è quello di Jone Yoshikawa.

Era una donna. Giapponese, stando ai registri cimiteriali della parrocchia di Miane. Era l’interprete del Comando tedesco di Valdobbiadene.

Fermatevi un momento su questa frase.

Una donna giapponese, nel 1945, sulle colline trevigiane del Prosecco…

Cosa ci faceva lì? Come era arrivata fin lì, dall’altra parte del mondo? Nessuno, per ora, lo sa con certezza. Le fonti tacciono. Gli archivi non la nominano che in una riga, in una nota a piè di pagina di una tesi di laurea. Ma quella riga basta a farla esistere. E a farci pensare.

Il maggio di Combai

Per capire il destino di Jone Yoshikawa bisogna capire cosa furono quelle settimane, in questa terra che è anche la nostra terra. La guerra era finita, o stava per finire. Il 25 aprile 1945 era arrivato, i tedeschi si ritiravano, la Repubblica Sociale Italiana si sgretolava.

In molti paesi della Marca trevigiana e del Bellunese il vuoto di potere si riempì di regolamenti di conti, di condanne sommarie, di giustizia — o di quello che allora chiamarono giustizia — consumata senza tribunali, senza difensori, spesso senza colpa accertata.

A Combai di Miane, nella notte tra il 7 e l’8 maggio 1945, un gruppo di prigionieri fu condotto a piedi, legato a due a due con il fil di ferro, lungo un sentiero che saliva verso la borgata di Colmellere. Li avevano caricati su camion dalle carceri di Valdobbiadene. Erano per lo più giovani, molti dei quali avevano dichiarato nei loro interrogatori di essersi arruolati nelle forze tedesche soltanto perché internati in Germania dopo l’8 settembre, per salvarsi la vita.

«Anch’io so che erano dei poveri ragazzi. Uccisi solo perché fascisti.»

— Giuseppe Buogo, testimone, Combai di Miane

Quella notte, alla Spinoncia — una voragine nel bosco, una cavità verticale di una trentina di metri situata a circa due chilometri a nord del centro di Combai, in località Colmellere — finirono almeno trentasette persone. Forse di più.

Prima della strage

Ma Jone Yoshikawa non fu tra quei trentasette. La testimonianza di Giuseppe Buogo, raccolta nel novembre 2015 dallo storico Luca Nardi per la sua tesi magistrale all’Università di Padova, è esplicita:

«Sono però sicuro che una persona era stata uccisa e gettata nel buco prima di questo fatto.»

— Giuseppe Buogo, riferendosi all’interprete giapponese

Il suo corpo fu trovato nei pressi delle Spinonce di Combai nei primissimi giorni della liberazione, da un testimone originario del paese. E fu portato al cimitero di Miane. Lì è rimasto.

Mentre le salme degli altri, dopo le esumazioni del 1947, furono per la maggior parte traslate dal Ministero della Difesa al cimitero delle Croci Bianche di Altare, in Liguria, il corpo di Jone rimase qui. In questa terra che non era la sua. Forse perché era conosciuta. Forse perché la sua identità era certa fin dall’inizio. Forse — e questo è solo pensiero, non storia — perché qualcuno di qui volle che non se ne andasse sola.

La guerra trovò qualcuno senza scampo

C’è una domanda che si pone chi studia queste vicende senza faziosità, cercando di capire piuttosto che di condannare o assolvere: come si finisce, giovani, a fare l’interprete per un esercito straniero in un paese straniero, a diecimila chilometri da casa, in un conflitto che non è il tuo?

Noi non lo sappiamo. Non sappiamo se Jone Yoshikawa fosse nata in Italia o vi fosse arrivata. Non sappiamo se avesse scelto o fosse stata scelta. Non sappiamo se capisse davvero, in quei giorni di fine guerra, quello che stava per accaderle.

«Non puoi scegliere la guerra in cui nasci.
Puoi scegliere se ricordare chi l’ha persa.»

Sappiamo che aveva un nome — Jone, nome femminile italiano di origine greca, derivato da Ionía, l’antica regione dell’Asia Minore abitata dagli Ioni — e un cognome giapponese: Yoshikawa (吉川), che in giapponese significa fiume fortunato. Un nome che racconta già da solo una storia di confini attraversati, di mondi mescolati, di un’identità sospesa tra due civiltà che in quel momento erano alleate, eppure lontanissime.

E sappiamo che trovò la morte in un bosco di queste colline, prima ancora della grande strage di quella notte di maggio. Sola, verosimilmente senza che nessuno dei suoi fosse lì con lei. Senza che nessuno dall’altra parte del mondo sapesse.

Il cimitero come luogo della verità

Gli Alpini sanno bene cosa sono i cimiteri di guerra. Li hanno costruiti, li hanno visitati, ci hanno lasciato i loro compagni. Sanno che in quei luoghi la storia smette di avere parti e torna a essere, semplicemente, umana.

Nel cimitero di Miane c’è una donna venuta dal Giappone. Non sappiamo quasi niente di lei. Non sappiamo se fosse buona o cattiva, ingenua o consapevole, complice o vittima.

Sappiamo che aveva un nome, che aveva un corpo, che qualcuno — nel caos del maggio 1945 — la vide morta e decise di seppellirla per carità cristiana.

Questo gesto anonimo, compiuto da qualcuno che non conosciamo, ci dice qualcosa di noi. Ci dice che anche nei momenti peggiori, quando il male si scatena e la violenza non distingue più tra chi combatte e chi traduce, tra chi porta le armi e chi porta le parole, c’è sempre qualcuno che trova il tempo di fare la cosa giusta. Di coprire un corpo. Di dargli un luogo dove riposare.

La lapide posta nel 2013 completa quel gesto: dà anche un nome a quel luogo.

Dice che Jone Yoshikawa è esistita, che è morta qui, che qualcuno se ne ricorda.

Una riflessione per tutti noi

Ogni cimitero di guerra è un libro aperto. Ogni nome inciso nella pietra è una vita spezzata che chiede solo di essere ricordata, non giudicata.

Jone Yoshikawa non era un’Alpina, non era italiana, non era nemmeno europea. Era una donna che la guerra aveva trovato nel posto sbagliato, nel momento sbagliato, probabilmente senza che lei avesse mai avuto il potere di cambiare il corso delle cose.

Ce ne sono tante, di storie così. Nelle nostre valli, nei nostri boschi, nei nostri cimiteri dormono persone che la guerra ha spostato come pedine su una scacchiera immensa: prigionieri russi, soldati austro-ungarici, lavoratori coatti, interpreti. Gente che non aveva scelto di essere lì, e che non è riuscita ad andarsene.

Tenerli vivi nella nostra memoria non significa riscrivere la storia, né mettere sullo stesso piano carnefici e vittime. Significa riconoscere che la guerra è sempre, prima di tutto, una fabbrica di vite spezzate. E che quelle vite, anche le più remote e le più difficili da capire, meritano almeno il rispetto di un nome.

Jone Yoshikawa.
Interprete giapponese.
Sepolta a Miane.

Noi ci ricordiamo di te.

 

di Michele Sacchet  ·  Col Maòr n.1 2026

 

Fonti: Le notizie storiche su Jone Yoshikawa sono tratte dalla tesi magistrale di Luca Nardi, «Storie di guerra: Valdobbiadene e dintorni dal gennaio 1944 all’eccidio del maggio 1945», Università degli Studi di Padova, a.a. 2015-2016, e dai registri cimiteriali della parrocchia di Miane (TV). L’articolo è apparso sul Col Maòr, bollettino del Gruppo Alpini Salce, n. 1, gennaio 2026.

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