Ritorno, perchè un Alpino non lascia mai davvero casa

Come un incontro al Vinitaly ci ha riportati sul Don, tra le pagine di Rigoni Stern e un vino che sa di memoria


C’è una cosa strana nelle fiere. Tutta quella gente, tutto quel rumore, e poi ogni tanto un banco deserto. Una donna sola. Come se il resto del mondo avesse deciso, senza dirtelo, di lasciarvi uno spazio.

E’ stato così ieri pomeriggio al Vinitaly di Verona. Ero lì con Mara. Camminavamo tra i padiglioni della Franciacorta quando l’ho vista. Seduta al banco del suo stand, sola, con lo sguardo di chi sta pensando a qualcosa di molto lontano. Non necessariamente nel tempo. Lontano in un altro senso, difficile da spiegare.

Mi sono avvicinato. Le ho chiesto se potevamo disturbarla per un assaggio. Ha sorriso nel modo di chi si sveglia da un pensiero, e ha preso i bicchieri.

Ecco come comincia, a volte. Un bicchiere di vino. Una domanda. E poi qualcosa che non finisce più.


Non so dire come si è arrivati agli Alpini. Forse il cappello. Forse un commento sui suoi vini. Forse certe conversazioni trovano da sole la strada che devono fare, e noi crediamo di sceglierla ma non è così.

A un certo punto la signora — si chiama Giuliana — ha detto che suo padre era un Alpino. Lo ha detto con quella voce particolare che hanno le persone quando parlano di qualcuno che non c’è più ma che è ancora, in qualche modo, presente nella stanza.

— Mio padre era Nelson Cenci.

Il nome mi era noto. Chi ha tenuto in mano Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern lo sa: Cenci è lì, nelle prime pagine, comandante di plotone della 55ª compagnia del battaglione Vestone, Divisione Tridentina. Fronte russo, inverno 1943. A Nikolajewka, il 26 gennaio, lo ferirono ad entrambe le gambe. Non smise di combattere. Bisognò convincerlo. Sul campo gli diedero la Medaglia d’Argento al Valor Militare.

Lo caricarono su una slitta. Un alpino di nome Lancini lo portò fino a Karkov attraverso la steppa. Lì lo misero su un treno ospedale. Il treno tornò in Italia.

Tornò. Questo è il punto. Tornò.


Dopo la guerra Nelson Cenci studiò medicina. Si laureò a Milano nel 1946. Diventò primario di otorinolaringoiatria a Varese. Ma scrisse anche libri. Scrisse poesie. Come se avesse capito che certe cose, se non le scrivi, non le riesci a portare. E se non le porti, ti schiacciano.

Il suo libro più noto si chiama Ritorno. Racconta la Russia. Il gelo. I compagni. Il peso di quelli che non sono tornati e che continuano a pesare sulle spalle di chi ce l’ha fatta. Non è un peso cattivo, quello. È il peso dei vivi. Di quelli che sai che ritroverai, ogni anno, a un raduno di “veci”o anche solo una sera in osteria, fra una canta e un bicchiere di quello buono.

Nelson Cenci è andato avanti il 3 settembre 2012, a Cologne. Aveva 93 anni. Ai funerali c’erano tantissimi Alpini, come si deve con chi merita di essere ricordato. L’omelia si aprì con i suoi versi. Era giusto così: che fossero le sue parole a parlare per lui, in quel momento.

✦ I versi di nelson, letti all’omelia

«Di quel che è passato non resta / che un dolce ricordo e il rimpianto / di averlo vissuto per poco: / un soffio di vita soltanto.»

E quando fu il momento del commiato, cantarono il Signore delle Cime. Come sempre, con gli alpini. Come deve essere.

Nelson Cenci ora riposa nel cimitero di Cologne, in Franciacorta. Non lontano dalle vigne che tanto aveva voluto. Che tanto aveva amato.


Poi Giuliana mi ha detto un’altra cosa. L’ha detta quasi sottovoce, come chi racconta qualcosa di vero e sa che la verità, a volte, suona incredibile.

Suo padre era di Rimini. Classe 1919. Da giovane, per le strade di Rimini, andava in bicicletta con Federico Fellini. Erano amici. A Cologne nella casa di famiglia c’è ancora una fotografia, da qualche parte: due ragazzi, le biciclette, la luce di una città prima della guerra.

Mi sono chiesto se il destino sia una strada che percorriamo o una strada che ci percorre. Un ragazzo che sarebbe diventato il regista dei sogni. Un ragazzo che sarebbe diventato il testimone del gelo di Russia. Due ragazzi che pedalavano insieme, senza saperlo ancora.

Non c’è niente di strano in questo. Eppure c’è qualcosa che fa un certo effetto, come quando guardi una fotografia vecchia e ti accorgi che le ombre cadono in un modo che non avevi notato.


A un certo punto Giuliana mi ha parlato di uno dei suoi vini. Si chiama Ritorno. Lo aveva creato suo padre — “E’ un rosso riserva di Cabernet e Merlot, barricato, intenso, strutturato…” — e la cantina lo produce ancora, invariato, con la stessa ricetta che Nelson aveva lasciato. Con la stessa etichetta. Non hanno cambiato niente. Non vogliono cambiare niente.

🍷 “ritorno” – Il vino che porta il nome del libro

È il libro fatto liquido. È la ritirata di Russia fatta materia. È il peso e il calore di quei giorni sul Don messi dentro una bottiglia, e la bottiglia tappata, e gli anni che passano, e il vino che aspetta di essere condiviso con chi ti vuol bene.

«Un vino pieno di ricordi e di sentimenti», dice la cantina. Non so se esista una descrizione più precisa di questa. I ricordi hanno un sapore. I sentimenti anche.

Ho tenuto il bicchiere in mano guardando gli occhi lucidi di Giuliana (e di Mara), un momento prima di bere. Ho pensato alla slitta nel gelo. Ho pensato all’alpino Lancini che tirava i muli attraverso la neve. Ho pensato a quel treno che tornava verso casa attraverso l’Europa distrutta.

Poi ho bevuto. Piano. Il vino raccontava la Russia — il gelo, i compagni, le notti sul Don. Ma lo raccontava con il sapore di chi è tornato a raccontarlo. Caldo, corposo, pieno. Il sapore di un fuoco acceso, di una porta chiusa sul freddo, di qualcuno che finalmente dorme nel suo letto. Era il sapore della parola più bella che esista, dopo una guerra: casa.


Nel frattempo Mara e Giuliana avevano cominciato a parlare. Parlavano come parlano le donne quando si riconoscono, cioè subito, senza bisogno di presentazioni lunghe. Parlavano dei figli. Parlavano della vita. Giuliana raccontava di come aveva lasciato Milano per venire qui, in Franciacorta, ai piedi del Monte Orfano, a fare il vino come voleva suo padre. Non era stato semplice. La campagna ha le sue leggi, e non le spiega a nessuno: bisogna impararle da soli, con gli anni.

Era tutto iniziato in un posto, in Franciacorta, che si chiamava La Boscaiola. Una cascina del Seicento. Muri spessi, vigne intorno, il Monte Orfano che guarda dall’alto. Un posto che esiste da prima che esistesse quasi tutto quello che conosciamo.

Nelson Cenci la trovò nel 1960. Era medico, era Alpino, era scrittore. Aveva già attraversato la Russia e ne era tornato. Aveva già scritto di quello che aveva visto. E adesso cercava qualcosa che avesse radici — radici vere, dentro la terra. Rilevò la cascina e i suoi vigneti semi-abbandonati. Li ristrutturò. Li riportò in vita. Come aveva fatto con sé stesso, del resto, dopo la guerra.

Da allora in quella cascina nascono vini. Nascono nell’attenzione alle piccole cose — alla campagna, alla vendemmia, al lento affinamento sui lieviti. Nascono senza zuccheri aggiunti, perché il territorio parli da solo, con la sua voce, senza che nessuno la corregga.

🏡 La Boscaiola — cascina del 1600

Il luogo da cui il sogno di Nelson ha avuto inizio. Nel cuore della Franciacorta, ai piedi del Monte Orfano, qui da sempre si creano vini d’anima.

La sua storia recente nasce nel 1960, quando Nelson Cenci rileva la cascina e i suoi vigneti semi-abbandonati e li riporta in vita — ponendo le basi per la produzione che ancora oggi porta il nome di Vigneti Cenci.

Vini d’anima, dice la cantina. È la parola giusta. Certi luoghi producono solo quello che sono. La Boscaiola è uno di questi.

Quando Nelson posò lo zaino Giuliana prese per mano La boscaiola, aiutata dai suoi figli e sostenuta dal suo compagno. Anche lui, adesso, non c’è più.

E Giuliana ci ha raccontato, poi, anche di quel viaggio, lei e lui, tanto tempo fa. Erano arrivati a Belluno quasi per caso. Uno di quei giri senza meta precisa, come se la strada avesse scelto per loro. E Belluno le era piaciuta molto.

Quando Mara me lo ha detto, mi sono fermato un momento. Belluno. Le nostre montagne. Mi sono chiesto se ci siano davvero cose che accadono per caso, o se il caso sia soltanto il nome che diamo alle cose che non riusciamo ancora a spiegare.


Prima di salutarci, Giuliana ci ha invitato ad andarla a trovare, a visitare la loro cantina. Vigneti Cenci, in Franciacorta, sotto il Monte Orfano. Alla Boscaiola. Dove, vicino, riposa suo padre.

Abbiamo detto di sì. E già sappiamo quando: nel 2027.

Brescia ospiterà l’Adunata Nazionale degli Alpini. Andremo lì. Poi scenderemo verso la Franciacorta. Berremo un bicchiere di Ritorno tra le vigne, in memoria di un uomo che era andato in Russia e ne era tornato, e non aveva mai smesso di raccontarlo — nei libri, nelle poesie, nel vino.

E lo penseremo: “Ciao, Nelson. Sei ancora qui, vecio…”

Perchè un Alpino non lascia mai davvero casa. Continua a tornare, in un modo o nell’altro. Anche quando non c’è più.

A sera, tornando a casa da Verona, ho guardato fuori dall’auto. Era quasi buio.
Le luci dei paesi passavano veloci.
Ho pensato che certe giornate sembrano normali finché non finiscono.
E solo dopo capisci cosa contenevano.

Michele Sacchet
Gruppo Alpini Salce — Belluno

✦ Per saperne di più su nelson cenci

Chi vuole incontrare Nelson Cenci ancora più da vicino — nella sua voce, nei suoi ricordi, nelle sue parole — troverà una lunga intervista su centoventesimo.it, il sito dedicato alla storia del 120° Reggimento Artiglieria Motorizzato e alla Campagna di Russia. Un archivio raro e prezioso di testimonianze, diari, fotografie e interviste ai reduci del fronte russo. Un luogo della memoria che merita una visita.

👉 Leggi l’intervista a Nelson Cenci su centoventesimo.it

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