LE VERE ORIGINI DEGLI ALPINI

LE VERE ORIGINI DEGLI ALPINI

Dalle legioni alpine di Roma antica agli Alpini di oggi: una storia lunga duemila anni

Quando si parla delle origini degli Alpini, si è portati a pensare alla loro nascita ufficiale nel 1872, anno in cui il Regio Esercito istituì il Corpo degli Alpini per la difesa dei confini montani del nuovo Stato unitario. Ma la storia, se osservata più a fondo, ci racconta qualcosa di ancora più antico e affascinante.

Le vere origini degli Alpini affondano le radici molto prima dell’età moderna, risalendo addirittura all’epoca romana, quando la difesa delle Alpi era già considerata una necessità strategica fondamentale per la sicurezza dell’Impero.

Dopo la grande vittoria di Giulio Cesare sui Galli ad Alesia, nel 52 a.C., decine di migliaia di prigionieri furono condotti in Italia e destinati ai lavori più duri, in particolare nelle miniere delle regioni alpine.

I prigionieri furono disseminati nelle valli delle due Dore e della Scrivia, e taluni manipoli furono persino spediti in Sardegna. Sorsero così nuove colonie montane, in luoghi prossimi alle miniere, colonie composte da minatori galli e da presidiari romani incaricati della loro sorveglianza. Queste colonie, nate dal grande evento della battaglia di Alesia, vollero ricordarne il nome, forse per vanagloria dei vincitori o per nostalgia dei vinti.

Nacque così Nova Alesia presso le Alpi del Cenisio, dove oggi sorge il monastero della Novalesa; Alesia in Valchiusella, ricordata negli archivi episcopali di Ivrea come Iove sacra Alesia presso le miniere di Traversella; un’altra Alesia, oggi Alice, in Valle Scrivia presso Gavi; Allain nei distretti minerari della Valle d’Aosta; Ales in Sardegna, e così via.

Brigantio, le Alpi Cozie e la “Via delle Gallie”

Se allarghiamo lo sguardo al contesto delle Alpi occidentali, troviamo un altro tassello interessante: in età romana Brigantio (o Brigantium, l’attuale Briançon) rientrava nell’area delle Alpi Cozie, che presero il nome dal re Marco Giulio Cozio (circa 60 a.C. – 10 d.C.), figlio e successore di Donno.

Secondo la tradizione, nel 61 a.C. Donno stipulò un patto con Giulio Cesare, diretto in Spagna, consentendo il transito sul valico del Monginevro (il Mons Matrona dei latini). Questo accordo pose le basi per un’alleanza con Roma che portò stabilità e prosperità al regno e alla sua stirpe, mantenendo una forte autonomia locale pur nel quadro di un protettorato romano.

Nel 58 a.C. Cesare dovette nuovamente oltrepassare il valico per la campagna in Gallia: il passaggio fu preceduto da scontri con alcune tribù montane ostili all’alleanza, ma la superiorità militare romana ebbe la meglio. Da quel momento, il controllo dei valichi alpini divenne sempre più decisivo.

Dal 55 a.C., con la conquista della Gallia, il corridoio del Monginevro acquistò un valore economico e strategico enorme e Donno ne favorì lo sviluppo fino a renderlo la “Via delle Gallie” per eccellenza: una grande direttrice di scambio e movimento militare, capace di unire pianura e mondo transalpino. L’alleanza con le genti locali venne poi consolidata tra il 13 e il 12 a.C. con un patto tra Cozio e Augusto, celebrato a Segusio (oggi Susa) con l’Arco di Augusto, legato alla Via Cozia (come venne chiamata in quel tratto).

Non stupisce quindi che l’area di Brigantio compaia anche nelle fonti tardoantiche: lo storico Ammiano Marcellino, nella seconda metà del IV secolo d.C., cita Briançon come Castellum Virgantiam (probabile deformazione di Castellum Brigantiam), segno che quei passaggi alpini restavano ancora vivi nella geografia militare e amministrativa dell’epoca.

Per controllare i prigionieri e proteggerne lo sfruttamento, Roma istituì presidi militari stabili proprio nelle valli montane. Nacquero così colonie minerarie sorvegliate da soldati romani, che col tempo assunsero un ruolo sempre più importante nella difesa del territorio alpino.

Questi presidi, inizialmente legati alle miniere, si trasformarono gradualmente in veri e propri nuclei militari territoriali. I soldati, abituati a vivere e operare in montagna, divennero specialisti della guerra alpina: conoscitori dei valichi, delle valli, del clima e delle difficoltà dell’ambiente montano.

Quando, sotto l’imperatore Augusto, Roma decise di sottomettere definitivamente le popolazioni alpine della Rezia, questi reparti furono determinanti.

È dunque indubitabile che la formazione delle colonie minerarie alpine romane trascinò con sé l’istituzione di presidi militari alpini. Tali presidi divennero nuclei di formazioni territoriali militari, che gradualmente si spostarono dai primi insediamenti minerari verso punti di maggiore importanza strategica montana. L’aumento del loro numero e i servizi resi all’Impero, in particolare durante le guerre retiche, portarono alla formazione di unità più importanti e caratteristiche: le legioni alpine.

Molti ignorano che ai tempi dell’Impero Romano esistessero tre legioni esclusivamente alpine: la Legio Prima Alpina, la Seconda Julia Alpina e la Terza Julia Alpina. La prima aveva il proprio nucleo di formazione nel presidio di Nova Alesia. Le altre due dovettero stanziare nella Valle d’Aosta, probabilmente all’imbocco e nell’interno della valle, in relazione all’antico nome di Aosta, Augusta Praetoria Julia.

Simbolo della I Legio Julia Alpina, tratto dalla Notitia Dignitatum
Simbolo della I Legio Julia Alpina, tratto dalla Notitia Dignitatum

È verosimile che la seconda legione si sia formata a Eporedia (Ivrea), dai nuclei presidiari di Alice Superiore, presso la Dora Riparia, e che la terza si sia formata ad Aosta dai nuclei di Allain. In ogni caso, nell’epoca delle vittorie dell’imperatore Giuliano contro i Germani nella Rezia (anno 361), le legioni alpine romane resero grandi servigi all’Impero.

Da questa evoluzione nacquero vere e proprie legioni alpine, unità militari composte da uomini selezionati e addestrati specificamente per il servizio in montagna.

Esse erano composte in gran parte da arcieri cacciatori (sagittarii venatores), nei quali si può riconoscere la più remota origine degli chasseurs, dei jäger e dei bersaglieri degli eserciti moderni. Ovviamente anche di noi Alpini!

Le fonti storiche attestano l’esistenza di almeno tre legioni alpine romane: la Legio Prima Alpina, la Seconda Julia Alpina e la Terza Julia Alpina. Esse operarono principalmente nelle regioni oggi corrispondenti alla Valle d’Aosta, al Piemonte e alle zone alpine occidentali.

La Legio Prima Alpina e la Seconda Julia Alpina facevano parte delle legioni pseudo-comitatensi; la Terza Julia Alpina era invece la Legio XXX delle legioni comitatensi. Di queste tre legioni alpine romane esistono perfino gli emblemi distintivi in un prezioso codice della Biblioteca di Parma, attribuito a Pier Donato, vescovo di Padova, e copiato da un manoscritto ancora più antico di Spira.

Queste legioni non erano truppe comuni. Erano formate in gran parte da arcieri e cacciatori, uomini capaci di muoversi con agilità sui terreni più difficili, anticipando di molti secoli il concetto moderno di truppe specializzate di montagna.

Un elemento particolarmente significativo riguarda i simboli di queste legioni. In un antico manoscritto tardo-romano, la Notitia Dignitatum, sono raffigurati gli emblemi delle legioni alpine: figure e colori che richiamano sorprendentemente quelli che oggi associamo agli Alpini.

Il verde, colore dominante, insieme al bianco e al rosso, compare già allora, quasi a voler suggerire una continuità ideale che attraversa i secoli.

La Notitia Dignitatum

La Notitia Dignitatum (titolo completo: Notitia Dignitatum et Administrationum Omnium Tam Civilium Quam Militarium) è una delle fonti più preziose per capire come funzionava l’apparato dello Stato romano negli ultimi secoli dell’Impero. Compilata da autori anonimi tra la fine del IV e l’inizio del V secolo d.C., elenca le principali cariche civili e militari e i reparti che dipendevano dai vari comandi, sia nell’Impero d’Occidente sia in quello d’Oriente.

La sua fama, però, non deriva solo dagli elenchi: la Notitia conserva anche una straordinaria serie di scudi dipinti, cioè gli emblemi grafici associati alle unità militari. Sono immagini che, pur con qualche semplificazione artistica, aiutano a intuire identità, tradizioni e “marchi di reparto” dell’esercito tardo-romano. Per molti studiosi si tratta di una delle testimonianze più antiche di araldica militare europea, perché questi simboli anticipano, per logica e funzione, gli stemmi e le insegne che si diffonderanno nei secoli successivi.

Il testo era conservato nel celebre Codex Spirensis, oggi perduto (smembrato agli inizi del Seicento), ma fortunatamente copiato più volte nel Medioevo. Tra le copie più importanti c’è quella legata alla tradizione manoscritta della Biblioteca Palatina di Parma, che discende da modelli più antichi. Il fatto che la Notitia circolasse insieme ad altre opere “amministrative” e geografiche (elenchi di province, descrizioni di città, itinerari) fa pensare a una raccolta pensata come strumento di studio e di governo, apprezzata anche in epoca carolingia.

Naturalmente non abbiamo la certezza assoluta che ogni scudo riprodotto corrisponda, in tutti i dettagli, a un modello reale: alcuni motivi potrebbero essere stati stilizzati o resi più decorativi dagli amanuensi. Tuttavia, gli emblemi che coincidono con altre evidenze (sigilli, iscrizioni, riferimenti paralleli) indicano che la Notitia riflette comunque un patrimonio simbolico autentico.

Per quanto riguarda le legioni alpine, le raffigurazioni attribuite a questi reparti mostrano elementi e colori ricorrenti: in particolare il verde, che ritorna come tonalità dominante, accanto al bianco e al rosso. È un dettaglio suggestivo, perché richiama idealmente i colori che oggi associamo all’identità alpina e al tricolore, rafforzando l’idea di una continuità “di spirito” tra i soldati di montagna di ieri e quelli di oggi.

In breve: la Notitia Dignitatum non è soltanto un elenco di nomi, ma una finestra concreta su come Roma organizzava la difesa dell’Impero e su come i reparti militari costruivano la propria identità. Anche per questo, quando si parla di legioni alpine, la Notitia resta una tappa obbligata per chi vuole approfondire.

Tutto questo ci porta a una considerazione importante: gli Alpini non sono soltanto un corpo militare nato nell’Ottocento, ma rappresentano l’eredità moderna di una tradizione millenaria di uomini legati alla montagna e alla sua difesa.

Cambiano le epoche, cambiano gli eserciti e le uniformi, ma resta immutato lo spirito: quello di chi vive la montagna non come ostacolo, ma come casa.

Per questo motivo, ricordare le antiche legioni alpine romane non è un esercizio erudito, ma un modo per rafforzare il senso di identità e di appartenenza.

Gli Alpini del Carso, del Pasubio, del Grappa, del Col di Lana, così come quelli impegnati oggi nel volontariato, nella Protezione Civile e nella vita delle comunità, sono idealmente collegati a quei primi soldati che, più di duemila anni fa, vegliavano sui passi alpini.

Sarebbe bello che questa lunga continuità storica fosse ricordata anche simbolicamente, affinché ogni Alpino, giovane o anziano, possa sentirsi parte di una storia che non nasce ieri, ma affonda le sue radici nella notte dei tempi.

Una storia fatta di servizio, sacrificio, amore per la montagna e profondo senso del dovere: valori che il Gruppo Alpini di Salce continua a testimoniare ogni giorno.

 

… W GLI ALPINI! SEMPRE!

Michele Sacchet

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