A volte ritornano…
Quattro anni dopo: puntuali come un brufolo, lo stesso copione, la stessa piazza
Il 21 aprile 2026 — a due settimane dall’Adunata di Genova — Non Una Di Meno ha pubblicato sui propri canali social l’ormai rituale dichiarazione di guerra: “Sotto il clima di festosa normalità si cela un immaginario che non ci appartiene”. Si parla di “mascolinità tossica”, di “denunce per molestie verbali, fisiche, abusi che ciclicamente accompagnano queste celebrazioni”. Lo stesso impianto di quattro anni fa. Le stesse parole. La stessa costruzione degli autoadesivi che trovammo già dal giovedì in giro per Rimini: “Alpino molesto, se mi tocchi ti calpesto!”.
Con una piccola differenza: ora sappiamo come finisce. Sappiamo che delle cinquecento segnalazioni ne restarono undici formali, e nessun condannato. Sappiamo che la macchina serve a produrre titoli di giornale, non giustizia per vittime reali. E sappiamo che accanto a questo accanimento contro gli Alpini, recentemente, ne e’ emerso un altro che merita di essere raccontato. Perché ci dice qualcosa di molto più profondo.
Nato come “rete contro la violenza di genere”, il movimento Non Una Di Meno si ritrova oggi a sventolare cartelli con scritto “Fucilarli tutti per non educare nessuno”. In mezzo, quattro anni di cortei, denunce mai depositate, e un accanimento sempre più rituale contro le Adunate degli Alpini. Raccontiamo questa parabola, dall’inizio a oggi.
Rimini 2022: le “cinquecento molestie” che non ci furono mai
La 93esima Adunata Nazionale degli Alpini si tenne a Rimini tra il 5 e l’8 maggio 2022, dopo due anni di stop imposti dal Covid. Quattrocentomila persone, novantamila penne nere in sfilata, un indotto economico stimato in 168 milioni di euro per la sola città romagnola. Una festa annunciata, attesa da mesi.
Ma il lunedì mattina, appena spenti i canti e ritirati i cappelli, sulla pagina Instagram di “Non Una Di Meno Rimini” comincio’ ad accumularsi un dossier di testimonianze: prima alcune decine, poi un centinaio, poi il numero magico che avrebbe fatto il giro d’Italia in ventiquattr’ore: cinquecento segnalazioni di molestie, di cui centosessanta racconti dettagliati. Fischi, catcalling, palpeggiamenti, inseguimenti, frasi volgari. Titoli di prima pagina su ogni quotidiano nazionale. La Meloni, Salvini, Bonaccini, il sindaco di Rimini, il presidente dell’ANA Favero: tutti costretti a prendere posizione entro poche ore, ciascuno a modo proprio.
Il movimento annunciò subito una “contro-adunata”, la pubblicazione online del dossier “Oltre l’Adunata”, e soprattutto mise a disposizione delle presunte vittime i propri avvocati di fiducia per sporgere denuncia formale. Una petizione online chiese la sospensione delle Adunate per due anni: oltre undicimila firme in dodici ore. Una macchina mediatica imponente. Ma che noi sappiamo era stata programmata da tempo e con cura.
Cinquecento segnalazioni. Centosessanta racconti. Undici denunce. Nessun colpevole mai identificato. Una bolla di sapone, come si dice in queste terre quando qualcosa finisce in niente. Eppure da quel momento, ogni anno, puntuali come un brufolo sul naso il giorno del matrimonio, le attiviste di Non Una Di Meno sono tornate all’attacco. Udine 2023, Vicenza 2024, Biella 2025. E ora Genova 2026.
Una nota personale: quella sera a Rete 4
Di quei giorni conservo un ricordo molto preciso, e personale. Pochi giorni dopo l’Adunata di Rimini, mentre la macchina del fango era ancora al massimo dei giri, mi fu chiesto di intervenire in una trasmissione di Rete 4. C’era da difendere gli Alpini. C’era da raccontare cosa sono davvero centomila penne nere che scendono in una città per un fine settimana — non le schede cliniche di un corpo sociale malato, come qualcuno voleva far credere, ma quattro giorni di feste di paese replicate all’ennesima potenza, con tutte le imperfezioni delle feste di paese.
In studio c’era Alba Parietti. Voleva darmi lezioni di vita. Mi ascoltava con quell’aria di sufficienza che certi salotti televisivi riservano a chi arriva dalla provincia, da un mestiere vero, da un’associazione che non fa notizia se non quando qualcuno vuole usarla come sacco da boxe. Parlava di patriarcato, di maschilismo strutturale, di cultura dello stupro. A un alpino. Che veniva dalle montagne del Bellunese per raccontare cos’è davvero una sezione ANA.
Uscii dallo studio con una certezza, e da quella sera non sono più tornato davanti a una telecamera. La certezza era questa: quella signora non aveva nulla da insegnarmi, se non a stare sotto i riflettori. E stare sotto i riflettori, a quel prezzo, non e’ mai stata una mia ambizione. Preferisco scrivere qui, sul sito di un Gruppo Alpini di paese, per chi ha la pazienza di leggere, piuttosto che spararle grosse in prima serata per fare ascolti.
Ma quella sera capii anche un’altra cosa, che e’ il motivo per cui oggi scrivo questo articolo. Capii che il meccanismo di Rimini non era un incidente. Era un format programmato. Un format televisivo, mediatico, politico. E che si sarebbe ripetuto. E infatti si è ripetuto. Anno dopo anno. Fino a Genova, tra due settimane.
8 marzo 2026, Roma: quando le iraniane sono di troppo
Roma, pomeriggio dell’8 marzo. Corteo di Non Una Di Meno per la Giornata internazionale della donna. Una decina di cittadini iraniani si presenta pacificamente con bandiere della Persia dello Scià, simbolo dell’opposizione agli ayatollah. Vogliono ricordare le donne uccise dal regime di Teheran, quelle che dal 2022 vengono massacrate nelle strade per essersi tolte il velo. Sono lì per unirsi al corteo, non per contestarlo.
Le transfemministe formano una catena umana. Impediscono fisicamente l’ingresso al gruppo iraniano. Gli insulti si alzano. Intervengono le forze dell’ordine, che separano i due gruppi imponendo una distanza di cinque-dieci metri. Il corteo riparte. Senza di loro. A raccontarlo e’ stato il presidente dell’Associazione Italia-Iran Mariofilippo Brambilla di Carpiano, con il referente romano Francesco Di Bartolomei.
Una ragazza iraniana ha urlato in piazza una frase che vale una tesi di laurea:
“Ora parlate delle ragazze uccise nel raid israeliano-americano, ma dove eravate quando ci uccidevano in piazza?”
Per la cronaca: la motivazione ufficiale del rifiuto, secondo le stesse fonti del movimento, fu che quel gruppo iraniano aveva un posizionamento politico “filo-americano e filo-israeliano”, e che lo slogan gridato dalle transfemministe era “Fuori la guerra dal corteo”. Tradotto: le donne vittime di un regime teocratico che le uccide e le frusta ogni giorno sono le benvenute solo se hanno la tessera politica giusta. Altrimenti si resta fuori.
“Non Una Di Meno” — ma solo delle nostre. Le altre, quelle vere, possono aspettare in disparte.
Il cartello che dice tutto: “Fucilarli tutti per non educare nessuno”
Pochi giorni dopo il corteo romano, sempre nei cortei transfemministi di marzo 2026, ha cominciato a circolare un cartello che ha colpito persino alcuni commentatori di sinistra. Lo slogan recitava, testualmente:
“FUCILARLI TUTTI PER NON EDUCARE NESSUNO”
Chi conosce un po’ di storia italiana riconosce subito il calco. E’ una parodia della formula brigatista “Colpirne uno per educarne cento”, lo slogan usato dalle Brigate Rosse nel sequestro Macchiarini del 3 marzo 1972, a sua volta derivato da un detto cinese attribuito a Mao Zedong e usato dalle Guardie Rosse nella Rivoluzione Culturale. E’ un motto che in Italia ha un peso preciso: evoca il terrorismo, gli anni di piombo, le ginocchia spezzate dei dirigenti d’azienda, le lettere insanguinate a Moro.
Un cartello. Otto parole.
Ma quelle otto parole dicono tutto quello che c’è da sapere sulla parabola di un movimento nato — ufficialmente — contro la violenza di genere, e arrivato a invocare la fucilazione di massa contro un intero sesso come metodo pedagogico. La traduzione letterale e’ semplice: non educheremo nessuno, li ammazzeremo tutti. “Li”, ovviamente, sono gli uomini. Tutti. Indistintamente.
Il cortocircuito
Ed ecco il punto. Andate sul sito ufficiale di Non Una Di Meno. Leggete come si presentano:
“Dal 2016 il movimento femminista e transfemminista Non Una Di Meno si batte contro ogni forma di violenza di genere, contro tutte le facce che assume il patriarcato nella società in cui viviamo.”
Contro ogni forma di violenza di genere. Lo scrivono loro stesse, nero su bianco. E poi sfilano con cartelli che invocano la fucilazione di massa di un intero sesso. Cacciano le iraniane perché sono dalla “parte politica sbagliata”. Raccolgono cinquecento segnalazioni contro gli Alpini e ne portano in Procura undici, tutte archiviate. Gridano “Fuori la guerra dal corteo” a donne scappate da una guerra vera, quella di Teheran.
Non e’ più un movimento contro la violenza. E’ un movimento che usa il linguaggio della violenza, seleziona le vittime in base al colore politico, e costruisce nemici simbolici — gli Alpini, gli uomini, gli “occidentali”, gli iraniani “sbagliati” — contro i quali scaricare una rabbia che poco ha a che vedere con la tutela delle donne reali. La violenza di genere, quella vera, esiste, e va combattuta ogni giorno con serietà, con strumenti legali, con formazione, con centri antiviolenza che funzionino. Non con slogan da corteo e cartelli da brigatiste.
Genova 2026: noi ci saremo, come sempre
A Genova, tra poco più di due settimane, l’Adunata Nazionale tornerà nel capoluogo ligure. Centomila penne nere in sfilata, centinaia di migliaia di visitatori, un indotto che la città, come noi, attende con piacere. E, puntuali, arriveranno anche le accuse, gli striscioni, le segnalazioni sui social, le “contro-adunate”. Conosciamo il copione a memoria.
Noi Alpini sappiamo chi siamo. Sappiamo cosa rappresentiamo: cinque milioni e quattrocentomila ore di volontariato durante il Covid, la Protezione Civile in ogni alluvione, terremoto, emergenza nazionale, i Campi Scuola per migliaia di ragazzi ogni estate, le missioni umanitarie, le sedi aperte in ogni borgo d’Italia. Sappiamo che qualche “taroccato” che compra un cappello sulla bancarella e si mescola alla festa può fare qualche scemata, e che se la fa va denunciato come qualunque altro cittadino — senza però fare di un’erba un fascio per quattrocentomila persone oneste.
Noi del gruppo di Salce ci saremo. Probabilmente abbracceremo qualche nonna, balleremo con qualche ragazza e faremo gli auguri, cantandoglieli, a qualche mamma, per la sua festa. E ci saranno anche le nostre donne, stavolta. Perchè quando la festa è grande, è giusto farla con chi ti è vicino tutti i giorni.
Personalmente troverò mia figlia, che vive a Genova e, ne sono, sicuro, porterà anche le sue amiche a far festa con noi “veci”, perchè (e questo dubito che le “ragazzacce” di Non una di meno lo sappiano) i nostri padri e le nostre mamme ci hanno insegnato ad andare in giro col nostro bel cappello, trattando tutte le donne incontrate come fossero le nostre sorelle, le nostre mamme, le nostre donne.
E sarà festa vera. E, a dire il vero, ho già preparato la grafica per la maglietta…

Quello, però, che ci rifiutiamo di accettare, oggi più che nel 2022, è di farci usare come bersaglio annuale da un movimento che non ha più — se mai l’ha avuta — alcuna credibilità come voce delle donne. Un movimento che caccia le iraniane, che sventola cartelli con “fucilarli tutti”, che produce dossier senza querele, che confonde la lotta per i diritti con la costruzione di un nemico comodo. E che poi, dal 7 al 10 maggio, ci rifarà lo stesso teatrino. A Genova. Con la stessa sceneggiatura di Rimini. Come se in quattro anni nessuno avesse notato come era finita l’ultima volta.
Che Genova ricordi Rimini. Ma davvero. Con tutti i numeri. E con le otto parole di quel cartello.
Michele Sacchet — Gruppo Alpini Salce
P.s.: Per la maglietta si accettano ordinativi! 🙂