Ricordando Papà Marcel
Quando un’osteria diventava casa, e un oste diventava padre. Un rifugio di umanità per le giovani reclute della S.M.ALP.
Dal Col Maòr n. 1 – 2025 | A cura di Maurizio Bortot, 97° corso AUC
Nella vita, capita di incontrare persone che, anche se frequentate per un breve periodo o in un’unica particolare circostanza, lasciano un segno indelebile nel cuore e nella mente. Con la loro sensibilità e il loro modo di essere, arricchiscono l’esistenza di chi ha avuto la fortuna di incrociarne il cammino.

Papà Marcél ci ha lasciato in un sabato di gennaio, quindici anni fa, all’età di 83 anni, dopo una malattia che lo aveva privato dell’uso delle gambe.
«Andato avanti» diremmo noi alpini, anche se non sono sicuro fosse davvero un alpino… Di certo, aveva lo stesso DNA.
Il suo cognome era Messelòd, ma molti di noi, allievi ufficiali della Scuola Militare Alpina di Aosta (la mitica S.M.ALP.), lo scoprirono solo in occasione della sua scomparsa.
Dal 1961 al 1985 è stato il cuore e l’anima della storica Osteria Papà Marcél, in via Croix-de-Ville 71 ad Aosta, un locale che ancora oggi porta il suo nome.
Con generazioni di giovani allievi ufficiali di complemento (non di carriera), Papà Marcél creò un legame speciale, offrendo un rifugio sicuro. La sua osteria non era solo un bar: era una casa lontano da casa, una famiglia lontano dalla famiglia.
Ricordo ancora, a distanza di così tanti anni, la scritta che campeggiava all’interno del locale:
RICORDAMOCI CHE AL MONDO UNA COSA SOLA CONVIENE,
FRA DI NOI.
VOLERCI BENE…
TUTTO IL RESTO È VANITÀ
Un’istituzione di accoglienza e calore umano
A tanti anni dalla sua scomparsa, il ricordo di Papà Marcél continua a vivere nel cuore di molti. Il suo bar, punto di ritrovo serale per amici e conoscenti, divenne un simbolo di convivialità e accoglienza. Era un luogo dove la comunità si riuniva per condividere storie, sentimenti e risate, ritrovando quel calore umano che spesso, tra le rigide regole della vita militare, sembrava sfuggire.
Marcél, con i suoi modi gentili e il sorriso sornione, era più di un semplice oste: era un confidente, un amico sincero, capace di offrire conforto nei momenti più difficili, come i primi giorni di ogni corso, quando lo spaesamento e la fatica si facevano sentire.

Le pareti del suo locale erano tappezzate di scritte, testimonianze di chi era passato di lì. Pensieri che esprimevano fatica, abbattimento, disincanto, sconforto… ma anche goliardia, senso di appartenenza e collettività. Leggerli era come sfogliare un libro di storia, la nostra storia, con in più un lieto fine.
Papà Marcél sapeva riconoscere al volo chi aveva bisogno di una parola di conforto. Bastava varcare la soglia del suo locale per sentirsi meno soli.
Un cuore grande e generoso
Gli aneddoti su di lui sono tantissimi, tutti accomunati dal suo grande cuore. Carlo Bionaz, consigliere nazionale dell’A.N.A., ricordò al funerale un episodio che dice tutto sulla sua generosità: un caporale del sud si fece male, e Papà Marcél ospitò i suoi familiari per tre o quattro giorni, permettendo loro di restare vicini al figlio.
Aveva una sensibilità particolare per noi AUC (Allievi Ufficiali di Complemento), ASC (Allievi Sottufficiali di Complemento) e ACS (Allievi Comandanti di Squadra). Sapeva leggere nei nostri occhi e intuire pensieri e stati d’animo.

Aosta, città di per sé un po’ fredda con noi giovani militari che la «invadevamo» senza soluzione di continuità, trovava in lui un punto di contatto e di accoglienza. Ricordo una volta in cui, mentre era seduto con noi, si alzò di scatto per raggiungere dei ragazzi appena entrati: capimmo subito che avevano più bisogno di lui di quanto ne avessimo noi in quel momento.
Con lui era facile confidarsi, perché, più che chiedere, dava.
Un ultimo incontro e un rammarico
Il mio ultimo ricordo di lui risale alla metà degli anni ’80. Ero in viaggio verso la Svizzera francese con mia moglie e mia zia, e non potevo non mostrare loro quel luogo speciale.
Ci fermammo davanti alla vetrina, e lui uscì immediatamente, con il suo indimenticabile sorriso sulle labbra e negli occhi. Riconosceva sempre al volo «i suoi alpini»…
Non c’era modo di spiegargli che non potevamo trattenerci a lungo: ci accolse tutti e tre come amici che non vedeva da tempo. Inutile dire che arrivammo in ritardo dai parenti… ma ne valse la pena.
La «coppa dell’amicizia» di Papà Marcél
Parlando con qualche valdostano, i pareri su di lui erano talvolta contrastanti, forse per motivi di concorrenza commerciale o per altro. Ma una cosa è certa: Papà Marcél ha teso la sua manona a tanti di noi nel momento del bisogno.
Tra le numerose cartoline appese nel suo locale, me ne colpì una in particolare. Raffigurava un paesaggio esotico, e l’indirizzo era scarno ma significativo:
«Papà Marcel / Valle d’Aosta / Italia»
L’impatto che ha avuto su di me è stato profondo. Orfano da dieci anni quando lo conobbi, lui fu una presenza paterna che mi accompagnò in quei sei indimenticabili mesi alla S.M.ALP. (per di più in inverno… ma a ventisei anni, si sopravvive a tutto!).
L’unico rammarico che mi porto dentro? Non essere riuscito a presenziare al suo funerale. Sarebbe stata un’occasione per restituire, almeno in parte, qualcosa di quello che mi aveva regalato trent’anni prima.
Per concludere con un sorriso, nello spirito di Papà Marcél (via gli occhi lucidi!), una domanda che mi porto dietro da tempo: come mai i corsi dispari hanno la compagnia pari e viceversa?
Dovrebbe esistere, nella logica dei numeri, un rapporto 1° corso / 1^ compagnia…
Qualcuno sa quando, come e perché è nato questo disallineamento?
Maurizio Bortot
97° corso AUC | 16.10.1979 – 13.04.1980