Quarant’anni di Adunate: un’Italia tutta mia

Quando la visione distorta di un evento rivela, più di ogni altra cosa, la pochezza di certi orientamenti ideologici.

Ho letto il post di Non Una di Meno – Genova sull’Adunata Nazionale Alpini. Ho aspettato qualche ora prima di rispondere, perché volevo farlo con la testa fredda. Perché questo merita una risposta vera, non uno sfogo.

Eccolo, il post originale, riportato integralmente — così ognuno può giudicarlo con i propri occhi e il proprio gusto:

Adunata Alpini, Maschilità, Militarismo

Siamo in guerra. E Genova festeggia. Con una grande adunata che negherà il diritto allo studio, ai servizi educativi, alle aree verdi e parchi pubblici, alla libertà di circolazione in città ed esporrà molt3 a molestie e violenza.

Dal 7 al 10 maggio Genova ospiterà la 97° Adunata Nazionale Alpini. L’amministrazione comunale insiste sull’importanza simbolica dell’evento per il “senso di collettività di cui il Paese ha estremamente bisogno” e chiede “sacrificio” alla cittadinanza. Come transfemministe, ci sfugge a quale senso di collettività dovremmo contribuire.

Forse quello di non turbare l’euforia nazionalista e patriottica che da sempre accompagna le adunate, sopportando in silenzio la celebrazione di un mondo fatto di divise, maschilità tossica e cameratismo militaresco? Di immaginari che pongono l’esperienza della guerra come evento inevitabile e fondante della nostra storia e del nostro presente?

La presunta inevitabilità della molestia, il primato dei festeggiamenti militareschi sul benessere collettivo, sanciscono una normalizzazione del sessismo e del militarismo che, oggi più che mai, non possiamo lasciar correre.

Sotto il clima di festosa normalità si cela un immaginario che non ci appartiene:

  • Maschilità tossica e goliardia: festeggiamenti di corpo militare che più di ogni altro evoca l’immagine di un patriottismo benevolo, incarnato da uomini cui dovremmo, in nome della loro dedizione alla collettività, concedere il vezzo di perpetrare molestie, abusi e insulti sessisti e razzisti.
  • Violenza di genere: anni di denunce per molestie verbali, fisiche, abusi che ciclicamente accompagnano queste celebrazioni.
  • Militarismo normalizzato: un modello che pone la guerra come evento inevitabile e fondante.
  • Diritti sospesi: la scuola non è una priorità, l’educazione, le relazioni, le vite delle persone giovani si possono sacrificare per non disturbare la sfilata del maschilismo patriottico armato.

Rifiutiamo di celebrare il connubio tra patriottismo e violenza patriarcale soprattutto oggi, in un mondo devastato da guerre, massacri e genocidio. Lottiamo ogni giorno per proporre nuovi immaginari liberi dalla violenza del patriarcato e della guerra.

Vogliamo spazi pubblici, inclusi quelli scolastici, accessibili.
Vogliamo città libere dal sessismo e dalle armi.

— Non Una di Meno Genova, pagina Facebook, maggio 2025

Sono alla mia 36ma Adunata Nazionale dal 1985. Era La Spezia. Avevo vent’anni.

Da allora ne ho saltate solo quattro, per motivi familiari, in quarantun’anni. 41 anni!

Ho con me centinaia di foto. Di ricordi.

Di strade percorse attraversando l’Italia in auto, in treno, a piedi. Di paesi incontrati lungo la strada, dove ci siamo fermati a mangiare un panino, a bere un’ombra, a parlare con la gente del posto. Di persone che ci hanno aperto le porte di casa, di bar, di osterie. Di bambini che si mettevano in fila per toccare il cappello con la penna. Delle loro mamme che ci chiedevano di cantare ai ragazzini una delle nostre canzoni.

Ho le foto dei cimiteri di guerra visitati in silenzio, prima di qualsiasi festeggiamento. Degli ossari, dei sacrari.

Di quei luoghi dove ci si toglie il cappello — e lo si toglie davvero, non per abitudine, ma perché capisci che stai camminando sopra qualcosa di sacro.

💚🤍❤️  Cos’è l’Adunata, per me e per noi del Gruppo Alpini di Salce

È un viaggio. Non una gita. Un avvicinarsi lento alla città ospitante, passando per borghi e vallate, fermandosi dove si può. Un modo di attraversare l’Italia come pochi la attraversano ancora.

È un incontro. Con la gente. Con i sapori. Con le storie locali. Ogni città è diversa. Ogni anno imparo qualcosa di nuovo di questo Paese. A Parma e Piacenza ho portato, coi miei amici, le canzoni alpine alle “ragazze” della locale Casa di riposo. A L’Aquila, anni dopo il terremoto, ho visto una città che ricominciava a rialzarsi. A Cuneo ho visitato luoghi della Resistenza che non conoscevo. A Bondo (TN) ho reso omaggio ai caduti austroungarici, lì sepolti nel vecchio cimitero.

È una memoria. Non “militarismo”. È ricordare chi è andato avanti. Chi è morto in Russia. Chi è morto sul Piave. Chi è morto in prigionia.

Non li celebriamo, da nostalgici, come eroi di guerra: li ricordiamo come nostri nonni, nostri padri, nostri compaesani. Li ricordiamo anche come ragazzi nati dalla parte “sbagliata” (nel senso di opposta, badate bene) di un confine.

C’è una differenza enorme, e chi non vuole vederla ha già deciso cosa pensare prima ancora di guardare.

💚🤍❤️  Sulle molestie è finalmente ora di farla finita

Ci sono stati episodi spiacevoli in passato? Sicuramente sì. Lo so, lo riconosco, non lo nego.

E ogni episodio del genere è uno di troppo. E nessuno che si senta Alpino davvero lo difende.

E lo dico anch’io, senza mezzi termini: stigmatizzo personalmente i comportamenti volgari che ho visto in qualche Adunata.

Quegli episodi — qualche avvinazzato che urla sciocchezze, qualche battuta di pessimo gusto gridata da un carro — fanno male a tutti noi, prima di tutto a noi Alpini. Perché sporcano qualcosa che è pulito. E devo aggiungere un dubbio che mi è sempre venuto spontaneo, in quei momenti: ma quell’uomo lì, con quella condotta, è davvero un Alpino? O è qualcuno che ha trovato una festa aperta e ci si è infilato, pensando che l’occasione concedesse licenze che non concede?

La risposta, il più delle volte, me la sono data da solo. E la scriveva sempre il nostro caro Mario Dell’Eva, dalle pagine del col Maòr: “Quando sarete all’Adunata, trattate le donne che incontrate come fossero le vostre mamme, le vostre spose, le vostre figlie!”.

Così, identificare 300.000 persone — famiglie, nonni, bambini, donne, uomini di ogni età — con lo stereotipo del molestatore è una bugia. Comoda, forse. Utile per fare propaganda. Ma una bugia.

Io porto con me la mia famiglia. Ho portato mio figlio. Mia figlia. Che abita a Genova e non vede l’ora di vederci sfilare.

Ho camminato con persone di 80 anni e cantato con ragazzini di 15. Ho visto Gruppi Alpini che raccolgono fondi per le case di riposo, che ricostruiscono ponti e sentieri di montagna, che portano legna agli anziani d’inverno. Questa è la mascolinità che conosco io.

💚🤍❤️  Ce ne faremo una ragione…

Ah, dimenticavo una cosa. Una piccola cosa. Una cosa che, da sola, vale però più di mille parole.

La pagina di Non Una di Meno Genova non consente commenti ai post.

Cioè: pubblicano un atto d’accusa contro trecentomila persone, chiedono alla città di prepararsi al peggio, evocano violenza e patriarcato armato — e poi spengono il microfono. Perché il dialogo, evidentemente, è per loro una forma di oppressione.

Le poche donne che sono comunque riuscite a rispondere — donne vere, in carne e ossa, figlie e mogli e compagne di Alpini — si sono sentite rispondere con tre emoticon di zampette di cane. 🐾🐾🐾

Non è una battuta. È letteralmente quello che hanno scritto: “Ce ne faremo una ragione…”, con tre zampette di cane. Immagino la riunione in cui hanno scelto quella risposta. Una stanza piena di pensiero critico, intersezionalità e decostruzione del patriarcato, e il meglio che riescono a produrre sono le zampette. Tre. Di cane. Almeno sono carine,  e mi scappa un sorriso (tristissimo)…

Una signora, commentando, ha scritto che generalizzano e usano parole senza cognizione di causa. Un’altra ha chiesto, giustamente, se davvero si definiscono paladine delle donne. E un’altra ancora — figlia e moglie di Alpini — ha scritto una cosa che mi ha colpito più di tutto il resto: “Mi vergogno di essere donna… per fortuna non mi sento rappresentata da voi. Ho vissuto tante adunate. Mai successo nulla. W gli alpini sempre.”

Ecco. Queste donne esistono. Sono la maggioranza silenziosa che ogni anno viene alle Adunate, che cammina con noi, che porta i figli a vedere la sfilata, che si emoziona davanti al Labaro. Non fanno comunicati stampa. Non chiudono i commenti. Non rispondono con le zampette.

Rispondono con la presenza. Ogni anno. Da decenni.

E quella presenza, care amiche di Non Una di Meno, vale infinitamente più di qualsiasi post 🐾🐾🐾 — ops, scusate, mi è scappato il vostro stile comunicativo.

💚🤍❤️  La pochette di Andy Warhol

Ma il colpo di scena finale, quello che davvero fa capire il livello della discussione, arriva da una delle voci più accese del coro. Commento alla mano, denuncia: scorrerà “Alcool a fiumi”, strade chiuse, impossibilità di andare al lavoro, e — perla rara — “l’invasione barbarica”. Trecentomila alpini come le orde di Attila. Mancava solo l’accompagnamento musicale.

Fin qui, tutto nella norma del genere. Il bello viene dopo.

Perché la stessa persona, andando a curiosare sulla pagina del suo negozietto radical chic, posta con orgoglio la foto di una pochette appena creata da lei. Una pochette decorata con 3 pistole tricolori (per fortuna non bianco, rosso e verdi).

Ma — attenzione — va tutto bene. Perché sono simboli “à la Andy Warhol”.

Fermiamoci un attimo a gustare la perfezione logica di questa posizione: gli alpini che marciano in divisa per ricordare i caduti sono “militarismo normalizzato” e “immaginario della guerra”. Una pochette con tre revolvers – che sono comunque simboli di morte – cucita a mano e venduta al pubblico è, invece, arte. Cita “cotton Andy Warhol gun“… Alta cultura o haute couture? Citazione colta o coerenza a tratti? E’ Andy Warhol, capite?

Il punto non è la pochette — ognuno vende quello che vuole, e le pistole alla Warhol hanno una storia estetica legittima.

Il punto è la straordinaria elasticità del giudizio delle militanti: i simboli della morte sono orribili quando li portano gli Alpini con la penna sul cappello, sublimi quando finiscono su un accessorio fashion venduto a qualche decina di euro sul proprio profilo.

Questa, amici, si chiama coerenza. O forse no.

💚🤍❤️  Un piccolo promemoria ai sindacati, sulle scuole chiuse

A margine di tutto questo, si è inserita anche la FLC CGIL — la Federazione Lavoratori della Conoscenza — con un comunicato preoccupato per la chiusura delle scuole in occasione dell’Adunata. Parole serie, tono istituzionale: “il diritto all’istruzione deve rimanere una priorità”, la scuola è “uno spazio educativo e costituzionalmente tutelato”, la decisione di chiudere “non può essere calata dall’alto”.

Tutto giusto. Tutto sacrosanto. E ne sottoscrivo ogni virgola.

E proprio per questo mi permetto, con il massimo rispetto e con altrettanta ironia, di rivolgere ai cari amici sindacalisti una domandina semplice semplice:

Dov’era tutta questa preoccupazione per le ore di lezione perdute quando, negli ultimi decenni, i vostri scioperi “orientati” hanno tenuto a casa i ragazzi per giornate intere?

Perché — e qui parlo da ex studente e genitore, prima ancora che da cittadino — di scioperi scolastici ne abbiamo visti parecchi. Scioperi convocati con tempistiche sospette, spesso in coincidenza con manifestazioni politiche, cortei, campagne elettorali o momenti di particolare tensione con i governi di turno. Scioperi che non nascevano da vertenze contrattuali urgenti, ma che profumavano — e odoravano forte — di agenda politica. Ore di lezione perse non per un’emergenza, non per un evento eccezionale, ma per portare i lavoratori della scuola in piazza a sostenere questa o quella causa.

In quei casi, il diritto all’istruzione era “costituzionalmente tutelato” lo stesso. Le famiglie si arrangiavano lo stesso. I ragazzi perdevano le lezioni lo stesso. Solo che nessuno scriveva comunicati stampa.

Ora, sia chiaro: il diritto di sciopero è sacrosanto, e non lo metto in discussione nemmeno per un secondo. Ma la coerenza — quella strana bestia — vorrebbe che chi tuona contro la chiusura delle scuole per un’Adunata alpina si fosse indignato con la stessa intensità anche quando le scuole chiudevano per ragioni ben meno cristalline.

Gli Alpini, almeno, fanno l’Adunata una volta ogni decenni nella stessa città. E la annunciano con anni di anticipo.

💚🤍❤️  Che dire ai genovesi?

Genova ci aspetta. Noi non vediamo l’ora di esserci.

Arriveremo da ogni dove, anche dall’estero, come siamo sempre arrivati: con rispetto per la città, curiosità per la sua storia, voglia di stare insieme e nessuna voglia di imporre niente a nessuno.

Chi vuole venire a vedere com’è davvero un’Adunata dall’interno — non dai titoli di giornale, non dai post militanti — è il benvenuto. Si porti solo un po’ di apertura mentale e buona volontà. Noi porteremo il nostro cuore Alpino. Senza preclusione alcuna.

Il resto lo dicono le mie foto sul mio profilo. E la storia.

💚🤍❤️

Michele Sacchet
Gruppo Alpini Salce — Belluno

admin

One thought on “Quarant’anni di Adunate: un’Italia tutta mia

  1. Grazie Michele per la calma e precisazione elencando tutti quei fatti giusto per non dimenticare sia i nostri andati avanti, che ci hanno regalato la libertà e il benessere , sia altri fatti che dimostrano le enormi falsità sugli alpini.

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