Perchè i giovani ricordino…
Memoria e libertà al Bosco delle Castagne: Belluno ha ricordato i dieci partigiani impiccati dai nazisti
In una splendida giornata di sole, molti cittadini, rappresentanti delle istituzioni e delle associazioni politiche, d’arma e partigiane – si sono ritrovati al Bosco delle Castagne per ricordare uno degli episodi più drammatici della storia locale. Proprio in questo luogo, infatti, dieci giovani partigiani furono impiccati dai nazisti, lasciati appesi agli alberi come crudele monito alla popolazione.
La strage di Bosco delle Castagne, avvenuta il 10 marzo 1945, fu l’esecuzione sommaria per rappresaglia di dieci partigiani italiani e un militare francese da parte del 2º battaglione del reparto militare della Polizeiregiment “Bozen”.

La commemorazione è stata aperta da Gino Sperandio, per l’ANPI di Belluno, che nel suo intervento introduttivo ha ricordato il valore civile della memoria e ha rivolto un appello alle autorità e ai rappresentanti del Comune di Belluno affinché si metta mano a un intervento di ristrutturazione e valorizzazione del sito, oggi bisognoso di cure e manutenzione per essere preservato dalle ingiurie del tempo e continuare a svolgere il suo ruolo di luogo della memoria.
È seguita la Santa Messa, vissuta con intensa partecipazione e commozione dai presenti.
Successivamente hanno preso la parola le autorità. Il vicesindaco di Belluno, Paolo Gamba, ha richiamato l’importanza di custodire e tramandare la memoria di quei fatti, sottolineando come luoghi come il Bosco delle Castagne siano oggi spazi della comunità e della coscienza civile.
Gli interventi sono proseguiti con Mario Cossali, presidente dell’ANPI di Trento, che nel suo discorso ha ricordato in particolare la figura di Mario Pasi: uomo, medico, ma soprattutto persona che sentì con forza il dovere morale di scegliere da che parte stare. Una scelta consapevole e coraggiosa, quella di Pasi e dei suoi compagni, che continua ancora oggi a parlare alle coscienze e a ricordare il prezzo pagato per la libertà.
A seguire è intervenuto Marco Borghi, storico e studioso del Novecento italiano, da anni impegnato nella ricerca e nella divulgazione della storia della Resistenza e della società contemporane. Questo, alla lettera, il suo vibrante intervento.
Il Bosco delle Castagne: dove la memoria diventa comunità
Il discorso di Marco Borghi, 8 marzo 2026
“Nel 1955 Piero Calamandrei dava alle stampe un volume che si intitolava Uomini e città della Resistenza.
Il ’55 è un momento importante: sono dieci anni che la guerra partigiana è finita, che è tornata la pace e che si inizia a costruire una memoria pubblica, giustamente, della lotta partigiana. Perché la Resistenza italiana, tra le tante novità, ha avuto anche delle particolarità: fu un fenomeno nazionale, soprattutto oggi diremmo di governance politica, ma si declinò profondamente nei territori, nelle comunità, nelle località. Tanto è vero che quel titolo potrebbe tranquillamente essere Uomini e luoghi della Resistenza.
E oggi, se noi abbiamo una memoria pubblica importante, radicata, della Resistenza, lo è perché ci sono i luoghi. Le persone passano, inevitabilmente. I luoghi restano. E i luoghi sono gli spazi della comunità che si rinnova anno dopo anno, mantenendo ferme e salde le radici di questo passato.
E quindi essere oggi in questo luogo particolare, che ricollega il sacrificio di dieci persone, di dieci nostri concittadini, tranne un francese – ma forse non era francese – ci ricollega e ci riconcilia nel tempo.
Come è stato detto, il nobile sacrificio di Mario Pasi, che sì, era un borghese, un medico. Avrebbe potuto tranquillamente aspettare che la nottata passasse, stando nel suo ospedale, e invece ha scelto. Ha scelto, come hanno scelto gli altri partigiani, che mi piace ricordare sono anche questi figli di diversi territori.
C’è la località, c’è il locale, i nomi delle città e dei paesi di nascita sono scritti, ma c’è anche Brescia, c’è Ravenna. Perché la Resistenza è stata un incontro della nazione, un incontro volontario della nazione.
E quindi le comunità al centro. La Resistenza è stata storia del territorio, è stata un presidio del territorio, ha rilanciato il territorio, lo ha nobilitato. E non poteva essere altrimenti, perché una guerra di corsa, come si può dire di una guerra partigiana, vive e si alimenta all’interno di un perimetro, di un territorio.
Ed è quello che poi ha modificato anche il dopoguerra: il senso di una comunità che il fascismo aveva assolutamente azzerato, che aveva centralizzato in un potere dispotico, limitando le autonomie giuste, sacrosante, che questa nazione ha sempre voluto esprimere e che nella Costituzione sono state ben definite, sebbene il loro inveramento si sia registrato molti anni dopo.
Questa è la Resistenza: trovarsi tra di noi, sessantuno anni dopo, trovarsi tra di noi ricordando certamente il sacrificio e la bestialità della ritualità nazista, che ostentava le vittime. Le ostentava da vive, rispetto ai fascisti che di solito fucilavano di notte, di mattina presto, cercavano di nascondere.
I nazisti, i tedeschi invece, come anche questa vicenda drammaticamente lo testimonia, li portarono a piedi fino a questo luogo e poi li lasciarono appesi a questi alberi.
Allora la memoria oggi diventa un presidio per tutti noi. Non è solo un ricordo sterile del passato, ma è un presidio del presente. Perché senza memoria non si può essere una democrazia. Quando arriva una dittatura la prima cosa che ti tolgono è la parola e la memoria. Si azzera tutto per costruire qualcosa di nuovo.
Quindi teniamocela stretta questa memoria. Che non vuol dire niente essere condivisa, la memoria. La memoria ha un senso se i cittadini come voi si riconoscono all’interno di questi luoghi, che sono luoghi della quotidianità, luoghi di gioco, di svago, come diceva prima il vicesindaco, luoghi del presente, luoghi che testimoniano un drammatico evento ma ce lo fanno, come dire, rivivere giorno dopo giorno.
E questo dovrà essere il cammino che si dovrà intraprendere nei prossimi anni, quando l’ultimo testimone ormai inevitabilmente sarà scomparso. E quindi abbiamo una responsabilità ancora maggiore noi oggi di far continuare il messaggio che quei giovani, e meno giovani, di allora con generosità ci hanno trasmesso, spesso sacrificando la vita.
E farlo continuare all’interno del perimetro giovanile, soprattutto. E quindi le scuole sono fondamentali oggi in questo presidio, come lo sono le associazioni, come lo sono le istituzioni.
La memoria non ha un’egemonia. La memoria è una rete vera di persone che si riconoscono intorno a dei valori e dei principi. Quindi oggi noi siamo qui perché questa memoria possa anche attualizzarsi.
Possa uscire dai riti, dalla ritualità che allontanano le persone, soprattutto i giovani. Quando senti sistematicamente ripetere alcune parole in maniera, come dire, ossessiva, è chiaro che un giovane non si avvicina.
Cerchiamo di trasmettere la nostra storia attraverso i racconti, le narrazioni, lo studio, l’approfondimento, ma facciamolo modernizzandoci, cercando di non imporre a loro un qualcosa che sentono lontano, ma far capire che senza quelle persone oggi loro sarebbero sicuramente in un paese diverso.
È per questo che io ringrazio tutti voi e che mi auguro che questo luogo, come tanti altri luoghi che punteggiano la nostra penisola, siano sempre tutelati.
Ecco, la tutela della memoria è la tutela, come è stato detto, anche del manufatto, della targa, della lapide, dell’albero, della cura di questi luoghi. Perché senza di essi noi oggi saremmo sicuramente più poveri e non avremmo avuto, come dire, la possibilità di vivere in un paese libero, democratico, con tutte le sue contraddizioni.
Perché le democrazie sono regimi imperfetti, e non sono perfetti, e ci fa anche piacere a volte che si abbia l’imperfezione, perché ci spinge giorno dopo giorno a migliorare la vita quotidiana di tutti noi.
E quindi viva la Resistenza e buon — anche se non dovrei dirlo — 10 marzo, per ricordare appunto questi nostri concittadini e soprattutto per ricordare a noi stessi da dove veniamo e dove vogliamo andare.
Grazie.”
Marco Borghi
Già presidente dell’Istituto veneziano per la storia della Resistenza
e della società contemporanea
Al termine degli interventi e delle allocuzioni, i presenti hanno potuto raccogliersi attorno al monumento ascoltando i canti della Resistenza eseguiti dal Coro dei Beni Comuni, che con le loro voci hanno riportato alla memoria le canzoni che accompagnarono gli anni difficili della lotta di liberazione. Le note hanno chiuso la cerimonia in un clima di partecipazione e di riflessione, prima che i partecipanti facessero ritorno alle proprie case, consapevoli di aver preso parte a un momento intenso di ricordo e di commemorazione.
Un momento vissuto in uno dei luoghi più significativi della memoria cittadina, il Bosco delle Castagne, che custodisce il ricordo dei dieci giovani partigiani qui impiccati dai nazisti il 10 marzo 1945:
- Mario Pasi detto “Montagna”
- Giuseppe Santomaso detto “Franco”
- Francesco Bortot detto “Carnera”
- Marcello Boni detto “Nino”
- Pietro Bertanza detto “Porthos”
- Giuseppe Como detto “Penna”
- Ruggero Fiabane detto “Rampa”
- Giovanni Cibien detto “Mino”
- Giovanni Candeago detto “Fiore”
- uno sconosciuto soldato francese indicato solo come “Joseph”
- Giuseppe Cibien, fucilato in caserma
Un sacrificio che continua a parlare alla comunità di oggi, nella città di Belluno, Medaglia d’Oro al Valor Militare per la Resistenza, e che richiama ogni anno cittadini e istituzioni a fermarsi, ricordare e rinnovare il valore della libertà conquistata.
Michele Sacchet
Foto di Ennio Pavei
I nazisti, i tedeschi invece, come anche questa vicenda drammaticamente lo testimonia, li portarono a piedi fino a questo luogo e poi li lasciarono appesi a questi alberi.