Zemplén Győző: un fisico, due nazioni, cento anni di silenzio
Il 23 febbraio 2026, italiani e ungheresi si sono ritrovati insieme al Ghertele di Roana per inaugurare un monumento a un grande scienziato caduto nella Grande Guerra. Una storia di dovere, di scienza e di memoria che attraversa i confini.

Il 23 febbraio 2026, sull’Altopiano di Asiago, è accaduta una cosa bella e rara: ungheresi e italiani si sono ritrovati insieme, sulle stesse montagne dove un secolo fa erano schierati su fronti opposti, per inaugurare un monumento a un uomo che la storia aveva quasi dimenticato.
Si chiamava Zemplén Győző. Era un fisico, un professore universitario, un marito e padre di cinque figli. Era anche un ufficiale dell’esercito austro-ungarico, e qui — su questi altopiani che conosciamo bene — trovò la morte il 29 giugno 1916, colpito da uno shrapnel mentre osservava le posizioni nemiche dal suo posto di comando.
Tutto è cominciato con una ricerca storica. Il Dr. Vittorio Poli, membro del Museo Siben Alte Komoine — associazione asiagota dedita alla memoria della Grande Guerra — aveva individuato il luogo esatto dove cadde Zemplén. Era il 2020. Capì che quel punto meritava un segno tangibile, e avviò un’iniziativa che avrebbe richiesto anni di lavoro congiunto tra istituzioni italiane e ungheresi, musei, associazioni e comunità locali.
All’inaugurazione erano presenti Sulyok Tamás, Presidente della Repubblica ungherese, il sindaco di Roana Luigi Martello, e Zemplén Gábor, pronipote del fisico e Prorettore Internazionale dell’Università ELTE di Budapest. Una cerimonia sobria, dignitosa, commovente.
Un uomo straordinario in un’epoca straordinaria
Nato nel 1879 a Nagykanizsa, Zemplén Győző crebbe a Fiume — allora porto cosmopolita dell’Impero — dove imparò a parlare correntemente italiano, tedesco e francese. I compagni di università lo soprannominarono affettuosamente “il Taliano”: quella città adriatica lo aveva plasmato quanto la sua scienza.
Nel 1896 entrò al prestigioso Báró Eötvös József Collegium di Budapest, la fucina dell’élite intellettuale ungherese. Il direttore Bartoniek Géza lo ricordò così:
Bartoniek Géza, direttore del Collegium Eötvös · ricordo postumo
“Aveva occhi di fuoco, sguardo aperto, movenze vivaci. Il suo eloquio era rapido ma chiarissimo. Ciò che lo contraddistingueva era un’assoluta sincerità e buona fede. Il suo talento era evidente — e lui lo sapeva — ma non lo ostentava mai.
Era il lavoro costante la sua risposta al dono ricevuto. Il suo carattere vivace lo portava a interrompere il lavoro per il piacere della compagnia, ma non si coricava mai prima di aver compiuto onestamente il compito della giornata.”
— Bartoniek Géza, Szövetségi évkönyv, 1924
Divenne uno degli allievi più vicini a Eötvös Loránd, il grande fisico ungherese. I suoi studi si concentrarono sulla teoria dei gas e sulla fisica delle onde d’urto: il teorema di Zemplén sulle onde d’urto porta ancora oggi il suo nome nei testi di fisica teorica.
Nel 1906 tradusse in ungherese l’opera fondamentale di Marie Curie sulle sostanze radioattive. Nel 1908 fu eletto membro corrispondente dell’Accademia Ungherese delle Scienze. Dal 1912 fu professore ordinario al Politecnico di Budapest, dove insegnò meccanica, termodinamica, relatività e radioattività.
Il Vasárnapi Ujság del febbraio 1902 descrisse così la sua laurea sub auspiciis regis — la massima distinzione, conferita personalmente dal sovrano — ottenuta indossando l’uniforme da artigliere:
Vasárnapi Ujság · 9 febbraio 1902
“Il giovane universitario, con la semplice uniforme da artigliere, spiccava nell’assemblea solenne e, rivolgendosi all’illustre pubblico, illustrò con disinvoltura una sua scoperta nel campo della fisica dei gas, sulla quale studiosi tedeschi e inglesi si erano già espressi con ammirazione.”
— Vasárnapi Ujság, 9 febbraio 1902
La guerra: il rifiuto di salvarsi

Quando nel 1914 scoppiò la Prima Guerra Mondiale, Zemplén aveva trentacinque anni, una cattedra, cinque figli piccoli e la moglie Mauritz Vilma. Avrebbe potuto — facilmente — ottenere un’esenzione dal servizio militare in quanto professore universitario. Non lo fece mai.
I suoi biografi riferiscono che per la sua riservatezza non fu possibile distoglierlo dalla convinzione di stimare minore la perdita che la scienza poteva subire rispetto al sacrificio personale che il suo senso del dovere gli imponeva. Già nell’agosto 1914 scriveva al direttore Bartoniek da Vienna:
Partecipò alla campagna serba e alla presa di Shabac. Addestrò artiglieri volontari a Komárom. Dal maggio 1915 comandò una batteria da 24 cm sul Carso e sul Krn. Nel novembre 1915 fu decorato con la Croce al Merito Militare ungherese III classe. Anche al fronte continuò a fare scienza: elaborò un metodo per localizzare le batterie nemiche attraverso la triangolazione sonora da tre postazioni.
L’autunno del 1915 lo trovò ricoverato nell’ospedale epidemico di Klagenfurt con il tifo. Il Consiglio di Facoltà tentò di sfruttare la convalescenza per farlo esonerare definitivamente. La risposta di Zemplén fu netta, e venne pubblicata dal Budapesti Hírlap:
Zemplén Győző · lettera a un amico · Klagenfurt, autunno 1915
“Ho la più ferma e irrevocabile intenzione di combattere onorevolmente questa guerra fino in fondo. Ho fatto quattordici mesi, non posso mollare proprio alla fine!
E se i miei amici mi procurassero un esonero definitivo al ministero, io quell’esonero semplicemente non lo accetterei…”
— Zemplén Győző, Klagenfurt, autunno 1915
Leggendo queste parole, viene spontaneo un pensiero: quanti uomini, in quella guerra, avrebbero avuto ogni ragione per restare a casa — e scelsero di non farlo? Non per incoscienza, non per retorica. Ma perché il senso del dovere era qualcosa di concreto, radicato, impossibile da tradire.
Zemplén non era un soldato di professione. Era un fisico, un accademico, un uomo di libri e laboratori. Eppure si sentiva parte di qualcosa più grande. Quella fedeltà silenziosa, senza proclami, è forse la cosa più difficile da capire oggi — e la più preziosa da ricordare.
Il 29 giugno 1916: la morte sull’Altopiano
Era la festa dei Santi Pietro e Paolo. Zemplén si trovava alla postazione di osservazione sul Monte Dorole, sull’Altopiano di Asiago. L’artiglieria italiana aprì il fuoco. Uno shrapnel esplose sopra le loro teste.
Kalmár Zoltán era lì. Studente del Politecnico di Budapest, assegnato alla stessa unità del suo professore, scrisse tutto nel suo diario. È la testimonianza più diretta che abbiamo:
Kalmár Zoltán · diario · 29 giugno 1916
“29 giugno 1916. Festa di Pietro e Paolo, una delle più tristi. Ci siamo alzati verso le 8:30 di buon umore. Il signor tenente mi chiede: ‘Cosa significa se Pietro e Paolo è una bella giornata di sole?’ Rispondo: ‘Avrà una brutta fine!’
Stavamo bevendo cognac. Io mi trovavo dietro un abete quando sopra le nostre teste esplose un orrendo shrapnel. Inizialmente pensai che non ci fosse nulla di grave — altre volte erano passati altrettanto vicini — ma il tenente gridò: ‘Ahimè, sono morto!’ e dal petto gli sgorgava sangue.
Girò su se stesso due o tre volte e cadde pallido. Lo shrapnel lo aveva colpito al ventre e al polmone.
Ora arriva la notizia: il tenente Zemplén è morto tra le 15 e le 16. Lo compiango sinceramente. Ha lasciato cinque bambini piccoli e una giovane moglie.”
— Kalmár Zoltán, diario di guerra, 29 giugno 1916
Trasportato all’ospedale militare di Ghertele, Zemplén Győző morì nel pomeriggio stesso. Fu sepolto provvisoriamente il giorno seguente; le sue spoglie vennero poi rimpatriate e deposte nel cimitero di Farkasréti a Budapest il 16 luglio 1917.
La morte di Zemplén colpì come un lutto nazionale. Il Consiglio del Politecnico tenne una seduta straordinaria il 4 luglio 1916, interamente dedicata alla sua memoria. Il collega Laczkó Géza scrisse sulla rivista Nyugat:
Laczkó Géza · necrologio · Nyugat, 16 agosto 1916
“Mente profonda, animo sereno, temperamento quasi incoercibile che a volte sfiorava la selvatichezza, spirito in perenne moto — queste erano le sue qualità, di cui solo gli spigoli si erano smussati con gli anni, ma che non erano mai cambiate.
Chi lo ha conosciuto credeva davvero all’inesauribile vitalità dei grandi eroi di Jókai. Era fatto della stessa materia.”
— Laczkó Géza, Nyugat, 16 agosto 1916
Cento anni dopo: la memoria che unisce
Il monumento inaugurato ad Asiago nel febbraio 2026 non è soltanto un omaggio a un uomo. È il segno che la memoria storica autentica non conosce confini nazionali.
Italiani e ungheresi, un tempo schierati su fronti opposti su queste stesse montagne, si sono ritrovati insieme a onorare chi, da quella guerra, non tornò.
La figlia minore di Zemplén, Jolán (1911–1974), seguì le orme del padre: divenne fisica e storica della fisica, e nel 1967 fu la prima donna a ottenere una cattedra di fisica in Ungheria. Il teorema del padre vive ancora nei libri di fisica teorica. Il suo nome vive ora anche su una pietra sull’Altopiano di Asiago.
Una riflessione…
Quando ho letto la storia di Zemplén Győző, mi sono fermato più volte. Non perché sia una storia eccezionale — le guerre sono piene di storie simili. Mi sono fermato perché è una storia vera nel senso più pieno: un uomo che avrebbe potuto salvarsi, e scelse di non farlo.
E mi ha colpito che, cent’anni dopo, a ricordarlo fossero due nazioni che su quelle montagne si erano combattute. Non con retorica, non con discorsi solenni. Ma con un monumento semplice, inaugurato da persone che si erano cercate, trovate, e avevano detto: questo uomo merita di essere ricordato.
Forse è questo il senso più profondo della memoria storica: non celebrare la guerra, ma restituire un nome e un volto a chi la guerra l’ha subita — da qualsiasi parte fosse. E farlo insieme, italiani e ungheresi, su queste nostre montagne, vale più di qualunque cerimonia ufficiale.
Michele Sacchet
Gruppo Alpini di Salce
Fonti: Nagy Háború Blog (nagyhaboru.hu) · Testo originale di Selmeczi Péter, 19 marzo 2026 · Archivio fotografico Sándor-palota / Bartos Gyula.
Foto di copertina: Tamás Sulyok, presidente dell’Ungheria e Luigi Martello, sindaco di Roana, inaugurano la targa commemorativa di Győző Zemplén il 26 febbraio 2026. (Fonte: Palazzo Sándor/Bartos Gyula.).
Per continuare questo viaggio nella memoria storica: www.gruppoalpinisalce.it
