Alpini da palùc

L’A.N.A. ci spieghi come si diventa Alpini…

C’è un’espressione del dialetto bellunese che non ha bisogno di troppe spiegazioni: alpini da palùc. Alpini di poco valore. Alpini finti. Alpini per modo di dire. La si sentiva pronunciare una volta — con un sorriso, tra i “veci” — quando qualche giovane “tubo” combinava qualche cazzata in caserma o si comportava in modo indegno del cappello che portava: una strizzatina d’occhio, un sorriso amaro, e quelle tre parole chiudevano il discorso meglio di qualsiasi ramanzina.

La si sente ora nei nostri Gruppi e nelle nostre Sezioni, di nuovo. E stavolta non c’è niente da ridere. Perchè non è rivolta a un ragazzo sprovveduto: è rivolta a chi ha deciso che il cappello si assegna per convenienza, e che lo Statuto si aggira con eleganza.

Dopo la consegna dei cappelli ai 180 volontari delle Olimpiadi avvenuta a Verona il 18 aprile 2026, questa espressione mi tornerà in mente (e non solo a me) con una frequenza che farà male. Non per nostalgia, nè per corporativismo chiuso. Ma per qualcosa di più semplice e più profondo: il rispetto. Il rispetto per chi quel cappello lo ha portato davvero — e per chi, portandolo, non è tornato.

Cos’è il cappello alpino

Prima di tutto il resto, vale la pena fermarsi un momento su questo. Il cappello alpino non è un copricapo. Non è un elemento d’abbigliamento, non è un souvenir, non è un premio di partecipazione. È il segno visibile di un percorso — di mesi vissuti in caserma, in montagna, sotto la neve, con gli stivali bagnati e lo zaino pesante. È il segno di un giuramento davanti al Tricolore. È, per chi lo ha portato in guerra, il compagno silenzioso di marce estenuanti, di notti in trincea, di momenti in cui si sapeva che si poteva anche non tornare.

Lo ha detto meglio di chiunque il Capitano Arturo Andreoletti, fondatore dell’Associazione Nazionale Alpini, nell’anno di grazia 1919, reduce dalle trincee:

“Una cosa è ESSERE ALPINI, un’altra è ESSERE VESTITI DA ALPINI.”

Capitano Arturo Andreoletti — Fondatore dell’Associazione Nazionale Alpini, 1919

Parole scritte prima che esistessero i social media, prima che esistesse il marketing associativo, prima che esistesse la necessità di fare bella figura alle telecamere. Parole che — a oltre cent’anni di distanza — suonano per tutti noi come una profezia.

Quel cappello è stato sporcato dalla polvere delle strade africane, bagnato dal fango delle trincee, insanguinato sulla neve del fronte russo. Lo hanno messo sulle croci dei caduti. Lo hanno baciato i moribondi come si bacia un’immagine sacra. Per un alpino, il cappello non è suo: è di tutti quelli che lo hanno portato prima di lui, compreso chi non è tornato a toglierselo.

Questa non è retorica. È storia.

Ed è la ragione per cui esiste uno Statuto che dice, con chiarezza, chi può portarlo e chi no.

Statuto dell’Associazione Nazionale Alpini

Articolo 4 — Requisiti per l’iscrizione

“Possono far parte dell’Associazione coloro che hanno prestato servizio per almeno due mesi in reparti alpini e coloro che, non avendo potuto, per cause di forza maggiore, prestarvi servizio per tale periodo di tempo, hanno conseguito una ricompensa al valore, oppure il riconoscimento di ferita od invalidità per causa di servizio.”

Due mesi in reparti alpini. Non due mesi in supporto logistico a un evento olimpico, per quanto organizzato con il coinvolgimento del Centro Addestramento Alpino di Aosta. Lo Statuto non lascia spazio a interpretazioni creative.

18 aprile 2026, Piazza Bra, Verona

Sabato 18 aprile 2026. Sole, penne nere, autorità, fotografi. Piazza Brà a Verona è una cornice che non delude mai.

E l’occasione — almeno nelle intenzioni di chi ha organizzato tutto — doveva essere grande, solenne, memorabile. Oltre duemila volontari ringraziati per il servizio prestato alle Olimpiadi e Paralimpiadi invernali di Milano Cortina 2026. Medaglia ricordo per tutti. E per 180 di loro — quelli che hanno completato un paio di mesi di formazione nell’ambito della Joint Task Force creata tra l’Esercito Italiano e l’ANA — il cappello alpino. Con la penna. In pompa magna.

I comunicati ufficiali spiegano che questi volontari hanno affrontato un percorso formativo, che hanno prestato servizio su piste e nelle attività logistiche, che hanno rinunciato alle ferie. Sono ragazzi che hanno risposto a un appello con impegno e dedizione.

Di tutto ciò va dato atto, senza ironia e senza sarcasmo.

Ma Alpini, nel senso che quella parola ha portato con sè per oltre cent’anni? No. Non lo sono.

Non perchè siano persone di serie B, ma perchè il cappello alpino non funziona così. Non si distribuisce per decreto. Non è un attestato di partecipazione a un evento sportivo.

Sarebbe bastata la consegna della “stupida” estiva (la norvegese), magari con una spilletta — bella, ufficiale, realizzata per l’occasione, con il simbolo dell’ANA accanto ai cinque cerchi olimpici. Questo avrebbe onorato quei ragazzi nel modo giusto, senza togliere nulla a nessuno. Ma evidentemente quello non era l’obiettivo.

Lo Statuto — e il modo elegante di aggirarlo

I vertici dell’A.N.A. — e qui bisogna riconoscere, con profonda tristezza, una certa abilità politica — hanno trovato il modo di restare formalmente al riparo da ogni contestazione immediata. Il cappello, tecnicamente, non lo ha dato l’A.N.A.: lo ha dato l’Esercito, nell’ambito della Joint Task Force. L’iscrizione all’Associazione dei singoli volontari, precisa il comunicato ufficiale, “verrà successivamente valutata caso per caso, in base alle norme dello Statuto associativo.”

Elegante. Molto elegante.

Lo Statuto non viene violato in modo plateale: viene aggirato con una costruzione procedurale che sposta la responsabilità formale sull’Esercito e rinvia la questione dell’iscrizione a un momento successivo, quando le telecamere saranno altrove, quando l’entusiasmo olimpico sarà sbollito, quando nessuno starà più a guardare.

Il cappello è già sulla testa. La cerimonia è già avvenuta. Le fotografie sono già sui giornali. Il resto — l’iscrizione, la valutazione, la conformità allo Statuto — si vedrà.

Questa, signori miei, è politica. Politica di alto livello, nel senso tecnico del termine: la capacità di ottenere un risultato cambiando i fatti sul terreno prima che qualcuno possa obiettare nelle forme dovute.

Un documento che parla da solo

La “chiamata alle armi” dell’ANA Nazionale — 23 maggio 2025

Il bando ufficiale dell’ANA Nazionale per il reclutamento dei volontari olimpici, datato 23 maggio 2025, recitava testualmente:

“È possibile aderire come volontario fino al 30 giugno 2025 presentando la candidatura on line su team26.milanocortina2026.org e indicando espressamente di essere iscritto all’ANA, in modo che l’iscrizione venga associata al codice di affiliazione dedicato alla nostra Associazione. L’accettazione della candidatura è subordinata alle esigenze della Fondazione Milano Cortina.”

Sorge quindi spontanea una domanda doverosa: da quanti anni erano iscritti all’A.N.A. i 180 ragazzi che si sono visti consegnare il cappello alpino a Piazza Brà?

Se la condizione per candidarsi era semplicemente risultare iscritti all’ANA al momento della domanda — da un mese, da un anno, o magari appena in tempo per compilare il modulo online — allora il percorso verso il cappello alpino si è ridotto a questo: iscriversi all’Associazione entro il 30 giugno 2025, fare qualche mese di formazione, e presentarsi a Verona per la cerimonia.

Quanto tempo era necessario per essere “iscritto all’ANA”? Un giorno? Una settimana?

Sono domande alle quali l’A.N.A. Nazionale dovrebbe dare risposta pubblica.

Perchè se così fosse, avremmo la conferma definitiva che non si è trattato di un atto di riconoscimento verso chi ha servito l’Associazione — ma di una operazione costruita a tavolino, con i tempi calibrati affinchè nessuno potesse obiettare nelle forme dovute. Grandi politici, appunto. In tutti i sensi.

Una domanda resta ancora senza risposta: con quale fregio è stato consegnato quel cappello? Di quale battaglione, di quale reggimento? Il fregio identifica il reparto, la storia, la specificità di ogni unità alpina. Non è una domanda formale.

I politici in tribuna — e ottocentomila ragioni per starci

La cerimonia di Piazza Brà non era solo alpina. Tra i volti noti, quello di Elena Donazzan, esponente di Fratelli d’Italia, già assessore regionale del Veneto. Nei giorni immediatamente precedenti alla cerimonia, la stessa Donazzan aveva pubblicato un intervento contro una presunta irregolarità amministrativa di un esercizio commerciale vicentino, scrivendo che le regole valgono per tutti e che la legalità non può essere a intermittenza. Sacrosanto.

Poche ore dopo, la stessa penna dedicava articoli entusiasti alla cerimonia del cappello consegnato — tra gli altri — al proprio nipote, descritto come figlio di un alpino di carriera e cresciuto nei valori della Patria. Tutto bellissimo. Ma il cappello alpino non si eredita per linea di sangue. E lo Statuto dice cose precise su chi può portarlo. La legalità a intermittenza, appunto.

C’è poi un’altra figura politica che vale la pena citare per completezza di cronaca. Elisa De Berti è vicepresidente della Regione del Veneto con delega alle infrastrutture, esponente di primo piano della Lega. Il 1° aprile scorso — si noti la data, benchè non si tratti di uno scherzo — ha annunciato che il Consiglio Regionale del Veneto ha approvato lo stanziamento di 800.000 euro a favore di A.N.A. Verona, come contributo propedeutico alla candidatura di Verona all’Adunata Nazionale 2028.

Ottocento mila euro di denaro pubblico per una città che era rimasta esclusa dall’Adunata 2027, assegnata a Brescia.

Non stiamo insinuando nulla che non sia già evidente. Ci limitiamo a porre le domande che molti si fanno sottovoce nelle nostre Sezioni: quando la politica mette 800.000 euro sul tavolo di un’associazione d’arma, cosa si aspetta in cambio? L’A.N.A. è ancora un’associazione apartitica — come dice il suo Statuto — oppure è diventata un soggetto che si muove nel campo gravitazionale del potere politico?

700 commenti — e la voce della base

Il post ufficiale dell’A.N.A. Nazionale pubblicato dopo la cerimonia di Piazza Brà raggiunge, in 24 ore, oltre 700 commenti. Non è un numero: è un segnale.

È la voce della base che sale — composta, a tratti straziante, a tratti furente, ma compatta in modo che raramente si vede in un’associazione così plurale e distribuita sul territorio.

Li abbiamo letti. Tutti.

I favorevoli alla decisione si contano sulle dita di una mano.

Il resto — la schiacciante maggioranza — è uno sfogo corale di sdegno, dolore e incredulità. Non da parte di estremisti o fazioni politiche: da parte di Alpini. Veci e giovani. Capigruppo. Consiglieri sezionali. Volontari della Protezione Civile con trent’anni di servizio alle spalle.

Fra i tanti, segnaliamo:

“Vedere il Labaro Nazionale con le sue 209 Medaglie d’Oro al Valor Militare — il simbolo del sacrificio estremo di migliaia di Alpini — schierato per una cerimonia legata a un evento sportivo, fa rabbrividire. A questo si aggiunge l’offesa della consegna del Cappello Alpino a chi non è Alpino: un simbolo sacro che si conquista col sudore non può essere svenduto come un premio di partecipazione. Così si calpesta la nostra storia.”

Carlo Manzinali — Alpino

“Scrivo a titolo puramente personale e non in veste di Consigliere Sezionale. I miei Alpini si chiedono il perchè di questa scelta. Io mi chiedo il perchè di questa scelta. Ognuno di noi, che è stato militare di leva o volontario, ha giurato davanti al Tricolore portando quel Cappello come simbolo di un impegno militare e di una tradizione scritta nel sacrificio. I nostri padri fondatori nel 1919, reduci dalle trincee, non hanno creato l’ANA solo per trovarsi tra commilitoni, ma per custodire una memoria viva e un’identità precisa. Il Cappello rappresenta il passaggio del testimone tra chi ha servito la Patria in armi. Donarlo a chi non ha condiviso quel percorso rischia di sbiadirne il significato profondo e di venire meno al mandato di custodia che i fondatori ci hanno affidato.”

Carlo M. Ferrari — Consigliere Sezionale ANA

“Il cappello alpino mi è costato 15 mesi di dura naja in artiglieria da Montagna. E con questo ho espresso il mio pensiero. Allora diamo il cappello anche agli amici degli alpini che spesso nei gruppi lavorano instancabilmente più di tanti soci. Lo statuto dell’ANA dice altro.”

Flavio Fornasari — Alpino, capogruppo

C’è persino chi ricorda il proprio nonno, reduce di Russia, che al congedo aveva dovuto riconsegnare il cappello. Con una tristezza senza rabbia, qualcuno scrive: “Se avesse saputo che bastava fare il volontario alle Olimpiadi per riaverlo, avrebbe tenuto duro ancora un pò prima di posare lo zaino.”

La domanda che brucia di più

Di tutte le domande che emergono da questa vicenda, ce n’è una che lascia senza parole: e i nostri amici degli alpini?

In ogni gruppo d’Italia ci sono uomini e donne che non hanno mai fatto la naja alpina — perchè nate nel sesso sbagliato per i tempi, o perchè la leva era già stata sospesa quando è arrivato il loro turno — ma che da anni si alzano la domenica mattina, caricano il furgone, portano i sacchi di cemento nelle zone alluvionate, cucinano per i reduci, puliscono i cimiteri di guerra.

Lo fanno in silenzio, ogni stagione, senza cappello — con la sola spilletta degli amici degli alpini.

Lo fanno con una dignità che non chiede riconoscimenti.

Cosa penseranno, loro, adesso? Cosa diranno quando vedranno qualcuno — che ha fatto qualche settimana di volontariato olimpico — sfilare con il cappello che a loro, dopo anni e anni di servizio quotidiano, nessuno ha mai offerto?

E poi — qui bisogna abbassare tutti la voce, perchè ci sono cose davanti alle quali non si può restare in piedi a parlare — cosa ne pensano quelli che non sono tornati?

Quelli che quel cappello lo portavano sul Don, sulle Alpi Giulie, sul Piave, in Albania, in Grecia. Quelli rimasti là senza una croce, senza un nome, senza una sepoltura. Cosa direbbero, se potessero, vedendo le fotografie di Piazza Brà?

Questa non è retorica. Non lo vuole e non lo deve essere. È la ragione per cui l’A.N.A. esiste. È il mandato che i padri fondatori del 1919 — reduci delle trincee, non teorici dell’associazionismo — hanno lasciato a tutti noi: custodire una memoria. Non gestire un brand.

Il segno di una deriva

Non è la prima volta che ci si chiede dove stia andando l’A.N.A.. Le domande sulla gestione, sulla comunicazione, sul rapporto tra vertici e sezioni non sono nate ieri.

Esistono già correnti interne — come Alpini per il Cambiamento — che le hanno portate alla luce pubblica, con metodi e posizioni non sempre condivise da tutti. Non è questo il luogo per entrare in quelle dispute. Ma ci sono episodi che parlano da soli, al di là delle fazioni. E la cerimonia del 18 aprile è uno di questi.

La sensazione — sempre più diffusa nella base — è che si stia lavorando a un cambio di natura dell’associazione. Da associazione d’arma, con tutto il peso identitario e memoriale che questo comporta, verso qualcosa di più simile a un’organizzazione di volontariato generico con una forte vocazione alla comunicazione istituzionale e al posizionamento mediatico. Un soggetto che vuole essere visto, applaudito, fotografato. Che conta le tessere. Che si preoccupa del numero, non del senso. Diluire quella specificità — distribuendo il cappello come un premio olimpico, stringendo mani a politici che portano fondi pubblici, rinviando le questioni statutarie scomode a un momento in cui nessuno guarda — non è modernizzazione.È svuotamento.

E qui vale la pena dirlo chiaramente: questo non è solo il segno di una gestione discutibile.È il segno di chi sa fare politica, nel senso tecnico e freddo del termine. Costruire i fatti prima che le obiezioni possano essere formalizzate. Usare le procedure per coprire le scelte. Spostare la responsabilità formale su altri — l’Esercito, il Ministero — tenendo però in mano i risultati. Presentarsi davanti alle telecamere con il sorriso di chi ha fatto una cosa bella, sapendo che quando arriveranno le contestazioni i cappelli saranno già stati consegnati, le fotografie già pubblicate. Questo, ahinoì, si chiama essere grandi politici. In tutti i sensi.

Alpini da paluc — e una richiesta sola

Azzardiamo ora una previsione, amara ma realistica: all’Adunata di Genova, e sempre di più in quelle che verranno, vedremo girare cappelli alpini di ogni tipo. Comprati alle bancarelle. Ricevuti in cerimonia. Indossati da chi non sa distinguere una nappina azzurra da una bianca, un battaglione dall’altro. E non potremo dire nulla, perchè l’ANA stessa avrà contribuito a rendere quel copricapo intercambiabile con qualsiasi altra cosa. Ripetiamo: non è una colpa dei ragazzi di Piazza Brà. Il problema non è loro. Il problema è chi ha firmato, chi ha organizzato, chi era in tribuna a sorridere, chi ha gestito il dopo con quella elegante tattica del rinvio che abbiamo descritto.

E allora, presidente Favero, una richiesta sola: quei 700 commenti li legga. Non le sintesi, non i comunicati del suo ufficio stampa. I commenti. Uno per uno. Quello dell’alpino che ha fatto quindici mesi in artiglieria da montagna e non rinnova la tessera. Quello del capogruppo che ha chiuso il gagliardetto nella custodia e se n’è andato. Quello di chi ha servito in Afghanistan per due missioni. Quello di chi ricorda il nonno costretto a riconsegnare il cappello al congedo. Quella è la sua base. Quella è la voce di chi ha tenuto in piedi questa Associazione quando non c’erano telecamere, quando non c’erano fondi regionali, quando non c’erano olimpiadi da presidiare. Quella voce merita una risposta. Una risposta da alpino: chiara, diretta, senza scaricare la responsabilità su altri. Una risposta che dica cosa vuole essere l’ANA nei prossimi vent’anni: un’associazione d’arma con una storia dentro, o uno strumento di consenso con il cappello sopra.

“Sapete cos’è un cappello alpino?
È il mio sudore che l’ha bagnato e le lacrime che gli occhi piangevano.
Polvere di strade, sole di estati, pioggia e fango di terre balorde, gli hanno dato il colore.
Neve e vento e freddo di notti infinite, pesi di zaini e sacchi,
gli hanno dato la forma.
Un cappello così hanno messo sulle croci dei morti,
lo hanno baciato i moribondi come baciavano la mamma.
Per un Alpino il suo CAPPELLO è TUTTO.”

Fabio Pambianchi — commento al post ANA Nazionale, 18 aprile 2026

Alpini da paluc. Non quei ragazzi. Ma chi ha deciso che andava bene così — sì. Loro devono risponderci. A noi, alla base, ai veci. E a quelli che non sono tornati.

Non è la prima volta — e sappiamo già come andrà a finire

Chi legge queste pagine da anni sa che il nostro trimestrale Col Maòr non è nuovo a questo tipo di ragionamenti. E sa anche che certi ragionamenti, quando toccano i vertici dell’A.N.A., hanno un costo. Lo sappiamo per esperienza diretta.

Era il 2007. Il nostro direttore responsabile, Roberto De Nart, pubblicò sul Col Maòr un editoriale dal titolo: “Chi presiede l’ANA? Galan o Perona?”. La domanda era scomoda ma documentata: mesi prima che il Consiglio Direttivo Nazionale deliberasse ufficialmente, il presidente della Regione Veneto Galan aveva già annunciato pubblicamente che l’Adunata Nazionale 2008 si sarebbe tenuta a Bassano del Grappa — con tanto di promessa di contributo regionale da un milione di euro. L’A.N.A. aveva ratificato quattro mesi dopo una decisione già presa altrove. Roberto De Nart aveva semplicemente messo in fila le date. Niente di inventato. Tutto verificabile.

La risposta dei vertici fu immediata: procedimento disciplinare, prima in sede sezionale a Belluno, poi ratificato dalla commissione nazionale a Milano. Risultato: dodici mesi di sospensione. Il massimo della pena. Non per aver detto il falso — il falso non era contestabile. Per aver detto il vero in modo che dava fastidio.

Col Maòr — ARTICOLO DEL Notiziario del Gruppo Alpini Salce, 2007

Dodici mesi di sospensione al direttore del Col Maòr per l’articolo “Chi presiede l’ANA, Galan o Perona?”

“D’ora in avanti dev’esser chiaro a tutti i soci dell’A.N.A.: chi pubblica una notizia che dà fastidio ai vertici dell’associazione, si becca un anno di sospensione.”

Il 13 febbraio 2006 il settimanale La Domenica di Vicenza scriveva che il presidente Galan garantiva il suo sostegno per la candidatura di Bassano del Grappa all’Adunata 2008. L’11 maggio 2006, comunicato stampa ufficiale della Regione Veneto: il governatore esprime il suo auspicio per la scelta di Bassano. Il 15 maggio 2006, intervista al Gazzettino: Galan annuncia senza mezzi termini che l’Adunata 2008 si farà a Bassano. Il Consiglio Direttivo Nazionale dell’A.N.A. farà sapere solo a settembre 2006 — quattro mesi dopo — che la sede è stata decisa. Il Col Maòr titolò il suo editoriale di marzo 2007: “Chi presiede l’ANA? Galan o Perona?”

La sentenza, evidentemente, era già scritta: dodici mesi di sospensione. Durante i quali “il socio non potrà assumere e/o mantenere alcuna carica associativa, non potrà frequentare le sedi sociali e partecipare alla vita associativa.”

I vertici nazionali e della sezione, dotati di armamenti a salve, hanno voluto fare la faccia feroce. A costo di negare l’evidenza, assumendo atteggiamenti autoreferenziali, conditi con le vecchie logiche militari. Quelle — tanto per capirci — secondo cui il rancio dev’essere sempre “ottimo e abbondante”. Se le decisioni dei vertici dell’ANA non possono essere nemmeno oggetto di un articolo in un notiziario riservato ai soci, se ci è preclusa la libertà di stampa, se i vertici dell’associazione sono entità al di là delle nubi, com’era l’imperatore Hirohito, ebbene è evidente che quel provvedimento di sospensione equivale al vecchio reato di lesa maestà.

Col Maòr, notiziario del Gruppo Alpini Salce di Belluno — 2007. Direttore responsabile: Roberto De Nart.

Allora, e lo ricordo con un sorriso (non più amaro, dopo quasi 20 anni), per solidarietà al nostro direttore ci sospendemmo tutti noi, membri del Consiglio direttivo del Gruppo Alpini “Gen. Pietro Zaglio” di Salce, per un anno.

Vent’anni dopo, la struttura è identica. Allora era la politica veneta che decideva le sedi delle Adunate prima dell’ANA, e chi lo scriveva veniva punito. Oggi è la politica veneta che stanzia 800.000 euro per condizionare la prossima sede, e chi lo segnala sa già che potrebbe pagarne il prezzo. Allora era Galan. Oggi è De Berti. Allora era Perona. Oggi è Favero. Il copione non è cambiato: sono cambiati solo i nomi.

Quella sospensione del 2007 non fermò il Col Maòr. Non lo fermò allora. Non lo fermerà adesso.

Quando un Tenente degli Alpini restituisce la tessera

Tra le centinaia di commenti e le reazioni che continuano ad arrivare in queste ore, ce n’è una che merita uno spazio tutto suo. Non è un commento su Facebook, non è una battuta amara da quattro righe. È una lettera aperta. Firmata con nome, cognome e grado per esteso. Scritta da chi porta la tessera A.N.A. da quasi quattro decenni — e ha deciso, con dolore e con chiarezza, di non rinnovarla più.

La pubblichiamo integralmente, senza tagli e senza commenti. Perché non ne ha bisogno.

Lettera aperta al Presidente dell’Associazione Nazionale Alpini

Presidente,

Ti scrivo queste righe con amarezza, ma anche con chiarezza e senso di responsabilità.

Dopo decenni di appartenenza all’ANA, vissuti con orgoglio, convinzione e rispetto, ho deciso che in futuro non rinnoverò più la mia iscrizione all’Associazione Nazionale Alpini.

Non è una decisione presa d’impulso, né tantomeno a cuor leggero. È una scelta maturata nel tempo, sofferta, ponderata, e resa inevitabile da un disagio che da troppo tempo porto dentro. Per me l’ANA è stata una casa morale, un luogo di appartenenza, una continuità naturale del mio essere Alpino, fin dal primo giorno successivo alla fine del mio servizio di prima nomina. Per quasi quattro decenni ho sentito questa adesione come qualcosa di autentico, coerente, degno della storia e dei valori che il cappello alpino incarna.

Proprio per questo, oggi, non riesco più a riconoscermi nell’ANA così come è diventata.

Da troppo tempo, a mio giudizio, l’ANA non è più l’ANA di cui ho fatto parte con fierezza. Non è più, o almeno non abbastanza, la vera rappresentante degli Alpini. Un’associazione d’arma dovrebbe custodire con rigore la propria identità, i propri simboli, il rispetto dovuto a chi ha servito realmente sotto quel cappello. Quando invece questa identità si annacqua, quando i simboli vengono concessi con leggerezza, quando il senso profondo dell’appartenenza viene confuso con logiche estranee alla nostra storia, allora qualcosa si rompe.

La recente scelta di concedere il Cappello Alpino a chi Alpino non è mai stato rappresenta, per me, un punto non più oltrepassabile. Non perché altri non possano collaborare con gli Alpini, sostenerli o camminare al loro fianco. Questo è sempre accaduto e può continuare ad accadere. Ma collaborare con gli Alpini non significa essere Alpini, e non può dare diritto a indossarne il simbolo più alto, più identitario, più sacro.

Il Cappello Alpino non è un ornamento, non è un segno da attribuire per opportunità o convenienza, non è un gesto da usare per allargare consenso o compiacere qualcuno. Il Cappello Alpino è sacrificio, memoria, disciplina, servizio, fatica, appartenenza vera. È una cosa seria. E quando lo si svilisce, si manca di rispetto agli Alpini, a quelli di ieri e a quelli di oggi.

Per questo sento che è arrivato il momento di prendere posizione. E io, nel mio piccolo, ho deciso di prenderla.

La mia scelta di non rinnovare l’iscrizione non nasce dal rancore, né da un venir meno del mio legame con gli Alpini. Al contrario. Io sono Alpino e Alpino rimarrò fino al mio ultimo giorno. Nessuna tessera data o non data potrà cambiare ciò che sono, ciò che sento, ciò che ho vissuto, e il rispetto profondo che porto per la nostra storia. Proprio perché continuo a sentirmi Alpino, non posso far finta di nulla davanti a ciò che considero uno snaturamento dell’Associazione.

Non chiedo a nessuno di pensarla come me. Ma credo che sia giunto il tempo, per tutti, di interrogarsi seriamente. Di domandarsi se questa ANA rappresenti ancora davvero gli Alpini, o se invece stia diventando altro, per altri fini. Tacere, per quieto vivere o per abitudine, non è più sufficiente. Ognuno risponderà alla propria coscienza. Io ho deciso di rispondere alla mia.

Ringrazio tutti coloro con cui in questi anni ho condiviso momenti veri, spirito di corpo, amicizia, memoria e valori sinceri. Quelli restano, e resteranno sempre. Ma proprio nel rispetto di tutto questo, oggi ritengo di non poter più rinnovare la mia adesione a un’Associazione nella quale non mi riconosco più.

Con rispetto,

Ten. Fant. Alp. Umberto Casagrande Cosmo

Quasi quarant’anni di tessera. Un grado militare conquistato sul campo. Una lettera scritta con la calma di chi ha aspettato a lungo prima di decidere.

Non è rabbia: è la resa dei conti di una coscienza che non riesce più a far finta di nulla. E se anche solo una parte degli oltre 700 commentatori di quel post sta maturando la stessa scelta in silenzio, il presidente Favero ha un problema molto più grande di quanto qualsiasi comunicato ufficiale possa coprire.

Quando parla un Generale — e annuncia di togliersi il cappello a Genova

Se la lettera del Tenente Umberto Casagrande Cosmo ha il peso di quasi quarant’anni di tessera, quello che segue ha un peso diverso ancora. Più istituzionale. Più militare. Più definitivo.

È la voce di un Generale degli Alpini — il Generale Marcello Bellacicco — che non scrive una lettera formale, non compila un modulo di disdetta. Scrive poche righe, dirette, senza mediazioni. E in quelle righe c’è qualcosa che dovrebbe far tremare i polsi a chiunque sieda al tavolo del Consiglio Direttivo Nazionale.

Il Generale Bellacicco ha comandato reparti della Brigata Julia in Afghanistan. Ha messo il cappello alpino sui feretri dei suoi caduti. Non è una figura retorica: è un atto che chi lo ha compiuto porta dentro per sempre, e che dà a ogni parola pronunciata sul significato di quel cappello un peso che non ha bisogno di spiegazioni.

il post del Generale Bellacicco

“Il Cappello Alpino è un COPRICAPO MILITARE CHE FA PARTE DI UNA UNIFORME e come tale VA RISPETTATO.

Non è una cosa qualsiasi che, per strumentali esigenze politico-populistico-associative, può essere dato a chi si vuole.

Non mi importa nulla della linfa vitale dell’Associazione — la si cerchi convincendo decine di migliaia di Alpini non iscritti perché non si identificano nell’A.N.A..

Io quel Cappello l’ho dovuto mettere sui feretri dei miei Caduti della Julia in Afghanistan, e vederlo in testa a chi di militare non ha nulla lo ritengo assolutamente inaccettabile.

L’ANA, sino a prova contraria, è un’Associazione d’Arma. Se vuole fare altro si definisca in altra maniera, ma lasci stare la spirituale natura del Cappello.

Se sarò a Genova, quando sfileró, passando davanti alla tribuna mi toglierò il Cappello, perché il mio è autentico e non lo umilio rendendo gli onori a chi lo ha tradito.”

Generale Marcello Bellacicco — già Comandante di reparti della Brigata Julia, Afghanistan

Vale la pena fermarsi sull’ultima frase. Non è retorica. Non è una minaccia a effetto. È il gesto più formalmente grave che un ufficiale possa compiere in una cerimonia militare: togliersi il copricapo davanti alla tribuna d’onore è il contrario del saluto. È il diniego pubblico del riconoscimento. È dire, senza parole e davanti a tutti, che chi siede su quella tribuna non rappresenta ciò che quel cappello incarna.

Un Generale degli Alpini che si toglie il cappello davanti al presidente dell’A.N.A. all’Adunata Nazionale di Genova. Se accadrà, sarà l’immagine più potente e più silenziosa di questa intera vicenda. E nessun comunicato stampa potrà cancellarla.

Presidente Favero, la pagina è aperta

Non è la prima volta che il Col Maòr, questo sito e il sottoscritto si trovano a riportare voci critiche nei confronti della gestione nazionale dell’ANA. Lo abbiamo fatto la scorsa settimana, pubblicando l’articolo sul malessere del gruppo Alpini per il Cambiamento — un articolo che non esprimeva posizioni di parte, ma raccoglieva ciò che circolava con insistenza tra le penne nere.

Ebbene: il Comitato di Presidenza ha letto quell’articolo. E ha risposto. Ha inviato una comunicazione ufficiale firmata dal Segretario Nazionale Mauro Azzi, chiedendo esplicitamente che venisse pubblicata con pari dignità sul nostro sito. Lo abbiamo fatto volentieri, con la stessa disponibilità con cui avevamo dato spazio alle voci critiche. Quella risposta è tuttora leggibile su queste pagine, per chiunque voglia verificare.

Ebbene: oggi facciamo la stessa cosa. Con lo stesso spirito, con la stessa correttezza. Questo articolo non è un atto di guerra nei confronti dell’Associazione — è un atto di rispetto verso di essa e verso la sua base.

Perchè quei 700 e più commenti non sono uno sfogo da ignorare: sono la voce di chi ha costruito l’ANA mattone dopo mattone, domenica dopo domenica, Adunata dopo Adunata. Meritano una risposta pubblica, argomentata, degna della storia che rappresentano.

Presidente Favero, la pagina è aperta. Come l’abbiamo aperta per lei l’ultima volta, la teniamo aperta adesso.

Se vorrà rispondere — ai 700 commenti, alle domande sull’iscrizione all’ANA come prerequisito per candidarsi, al fregio mancante, al ruolo della politica, al futuro dell’Associazione — troverà qui lo stesso spazio che abbiamo sempre garantito a chi ha qualcosa da dire.

Senza censure, senza tagli, senza mediazioni. Parola per parola, come merita chi porta il nostro cappello con responsabilità.

 

Michele Sacchet

Primo capitano Genio Alpini

106° Corso AUC

 

 

 

 

 

 

Nota personale dell’autore – michele sacchet

Voglio chiudere questo articolo rassicurando il mio capogruppo Stefano Brancher, il nostro direttore Roberto De Nart e il presidente della Sezione ANA di Belluno, Umberto Soccal, che questi miei pensieri sono personali e – come vedo con profondo dispiacere – condivisi da decine e decine di altri soci Alpini.
Forse per questo articolo riceverò una nota di biasimo o, addirittura, mi si allontanerà dall’A.N.A., con una sospensione o la radiazione. Poco importa: io sono io, e voglio continuare ad esserlo. Schietto e diritto come sempre, senza alcuna possibilità da parte di chicchessia di potermi allineare a gruppi dissidenti o altro. CRISTALLINO!

E il mio cappello resterà per sempre quel segno indelebile di come ho servito il mio Paese senza dovere dimostrare nulla a nessuno, per meritarmelo. E nessuno me lo toglierà mai.
Così, voglio firmare questo articolo con la mia foto, per evitare l’oblio, in modo che chiunque di voi lettori dovesse incontrarmi a Genova, sospeso o no, radiato o no, sia che sia in accordo col sottoscritto sia con opinioni divergenti, potrà salutarmi con un sorriso o un cenno di biasimo, ma ci sarà sempre modo di bere un bicchiere in compagnia, alla salute dei nostri “veci” andati avanti.

Col nostro bel cappello originale guadagnato sul campo.
Ci vediamo a Genova!

Foto di copertina dalla pagina FB dell’Associazione Nazionale Alpini

admin

One thought on “Alpini da palùc

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