Oltre il presente
RICORDARE IL PASSATO PER COSTRUIRE IL FUTURO
Lo storico francese François Hartog, in una recente intervista a Il Manifesto, ha descritto un male silenzioso del nostro tempo: il “presentismo”. È la condizione di chi vive in un presente che ha divorato sia il passato che il futuro — un’epoca in cui il futuro non attrae più come promessa, e il passato non insegna più nulla, non è più modello né guida. Resta solo l’oggi, ripetuto all’infinito, urgente e senza radici, giudicato in un istante e subito dimenticato per lasciare spazio al prossimo istante.
Hartog spiega che questo presente onnipresente non è uguale per tutti. C’è chi lo subisce — i precari, chi non può progettare la sua vita, chi vive alla giornata perché il domani gli è precluso — e chi lo sceglie, cavalcando la velocità come fosse un valore: per essere connessi, flessibili, sempre disponibili, mai fermi abbastanza per guardarsi indietro. In entrambi i casi il risultato è lo stesso: una vita senza profondità storica, incapace di misurare le proprie azioni sul lungo periodo, incapace persino di immaginare chi verrà dopo di noi. E incapace, aggiungerei, di capire chi è venuto prima.
È una diagnosi che riguarda anche noi Alpini. Non come categoria a parte, ma proprio perché il nostro essere Associazione nasce da un gesto opposto al presentismo: la scelta di non lasciar cadere la memoria. Quando ci raduniamo, quando portiamo il cappello ai monumenti, quando raccontiamo ai più giovani cosa hanno vissuto i nostri padri e i nostri nonni sui fronti di guerra o nelle missioni di pace, stiamo facendo esattamente ciò che Hartog dice sia diventato raro: guardare al passato non per nostalgia, ma come un patrimonio che orienta il presente e prepara il futuro.
Vale la pena fermarsi un momento su cosa sia davvero, in fondo, l’Alpinità — perché è un termine che negli ultimi tempi è stato tirato da tutte le parti, spesso da chi la conosce poco. Alpinità non è retorica militare, non è il cappello indossato come trofeo, non è machismo da caserma. Alpinità è nata come fatica condivisa — la naja in quota, il freddo, il rancio diviso in due quando non bastava per uno — ed è diventata, nel tempo di pace, la forma più concreta di solidarietà che l’Italia conosca: la Protezione civile che scava tra le macerie di un terremoto, i ponti ricostruiti, gli alluvionati assistiti, gli asili ristrutturati gratis nei paesi colpiti da una calamità. È umiltà, disciplina, senso del dovere verso una comunità che va oltre il proprio cortile. Chi ha vissuto l’Alpinità vera sa che il suo cuore non è la sfilata in sè, ma è l’“esserci”, il lavorare in silenzio quando c’è bisogno, senza cercare applausi, senza fare proclami.
Proprio per questo, le polemiche che hanno accompagnato la nostra recente Adunata Nazionale a Genova meritano di essere affrontate con onestà, non messe sotto il tappeto né liquidate come un attacco ingiusto e basta. Alcune associazioni femministe e centri antiviolenza, durante i giorni dell’Adunata, avevano diffuso un vademecum contro le molestie, fino a devastare i muri cittadini con scritte oltraggiose. Anche qualche esponente politico aveva speso parole sprezzanti — poi ritrattate in fretta, con la disinvoltura di chi si scusa dopo averla fatta fuori del vaso — sul comportamento che gli Alpini avrebbero tenuto in città. A loro ruota si è messo in moto il solito codazzo di commentatori indignati a comando, che pur di non perdere l’occasione, ci ha messo il carico a bastoni con moti di sdegno preconfezionato e con l’accusa, altrettanto sommaria e già pronta all’uso, di “maschilismo tossico”.
Bisogna avere l’onestà di dire due cose insieme, senza sconti a nessuna delle due. La prima: se anche un solo episodio di molestia è accaduto sotto il nostro cappello, quell’episodio è un tradimento dell’Alpinità, non un’espressione di essa. Chi fischia dietro a una donna per strada non sta portando avanti nessuna tradizione: sta solo comportandosi male, e coprirlo con la scusa del “sono ragazzate” sarebbe un disonore per chi il cappello lo ha guadagnato sul serio. La seconda: ridurre centinaia di migliaia di persone — pensionati, volontari di Protezione civile, famiglie con bambini, ex compagni di naja che tornano a rivedersi una volta l’anno — al comportamento sbagliato di una minoranza è una generalizzazione ingiusta, e ferisce chi nella nostra Associazione ha dato una vita di servizio gratuito.
Questa è, in fondo, un’altra faccia del “presentismo” di cui parla Hartog: il giudizio istantaneo, virale, che non ha tempo né voglia di distinguere, che trasforma un fatto reale in una guerra di fazioni sui social nel giro di un pomeriggio. Chi urla “mascolinità tossica” contro un’intera adunata e chi urla “attacco alla Patria” contro chi solleva un problema di sicurezza delle donne stanno facendo, in realtà, la stessa cosa: sostituire la riflessione di lungo periodo con il riflesso del presente, lo slogan al posto dell’ascolto.
La memoria vera insegna il contrario. Insegna a distinguere. Chi conosce cent’anni di storia degli Alpini — dai ghiacciai della Grande Guerra alle missioni umanitarie di oggi — sa che questa storia si difende non negando i problemi, ma affrontandoli: prendendo sul serio ogni segnalazione, rafforzando i presidi durante le adunate, insegnando ai più giovani che il rispetto per le donne è parte della disciplina tanto quanto il rispetto per la nostra bandiera. E sa anche che la stessa storia merita di non essere buttata via per gli errori di pochi, né usata come clava contro chi porta il Tricolore in corteo. Il Tricolore non ha bisogno di essere “difeso” da chi pone domande scomode: ha bisogno di essere onorato con i fatti, ogni giorno, non solo sventolato.
C’è poi un insegnamento più ampio, e più urgente oggi di ieri. Gli Alpini hanno sempre saputo che la memoria di casa propria — la propria valle, il proprio paese, i propri caduti — non è mai stata un recinto. Chi ha fatto la naja, chi ha vissuto la solidarietà della Protezione civile in un terremoto o un’alluvione, sa che la stessa fedeltà alla propria storia rende capaci di riconoscersi in chi soffre altrove: nel profugo, nel migrante, nell’escluso, proprio le figure che Hartog indica come le più esposte al presentismo forzato, quelle a cui il futuro è vietato. Una memoria vera, che non si chiude nel campanile né si irrigidisce in difesa di sé stessa, forma cittadini del mondo prima ancora che cittadini di un solo luogo: perché insegna che ogni comunità ha attraversato la fatica, la perdita, la ricostruzione, e che questo lega tutti, al di là dei confini e delle appartenenze.
Per questo, custodire la memoria — sfilando nelle nostre adunate, portando con onore i nostri gagliardetti, continuando a passare i nostri racconti ai ragazzi — non è un esercizio di conservazione del passato, e tantomeno un recinto da difendere a spallate contro chiunque muova una critica. È un atto rivolto al futuro, che si nutre anche della capacità di ascoltare e correggersi. In un tempo che rischia di fagocitare tutto nell’istante e nell’indignazione di giornata, il nostro compito resta lo stesso di sempre: essere ponte tra chi è venuto prima e chi verrà dopo, uomini e cittadini capaci di guardare oltre il proprio naso — e oltre il proprio tempo.
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Dall’editoriale del Col Maòr n. 2 – Luglio 2026
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