25 Aprile 2026 – 81° Anniversario della Liberazione
La Festa che l’Italia non può permettersi di sprecare.
Ottantuno anni fa qualcuno morì perché noi potessimo litigare liberamente.
Eppure oggi persino questa festa ci divide. È ora di smettere — se ne siamo ancora capaci.
C’è qualcosa di profondamente triste, e insieme di straordinariamente rivelatore, nel modo in cui l’Italia si avvicina ogni anno al 25 Aprile. Non è la tristezza del lutto — quella sarebbe dignitosa, persino necessaria. È la tristezza di chi ha dimenticato perché piange. Fuori, nelle piazze, i cortei si formano con la puntualità dei riti. I discorsi si susseguono con la cadenza consolatoria delle liturgie. Le corone si depositano, le trombe suonano il silenzio, qualcuno piange — e quel pianto, almeno quello, è vero.
Ma sotto la superficie di questa vitalità cerimoniale serpeggia qualcosa che dovrebbe inquietarci molto più di qualunque polemica politica: un Paese sempre più incapace di riconoscersi in una data comune. Un Paese che si sente poco Patria, e molto tribù. Buzzati avrebbe detto che è come guardare un grande orologio che continua a segnare l’ora giusta pur avendo perso da tempo il meccanismo interno. La forma c’è. L’anima, sempre meno.
Il Paese che ha perso se stesso
Viviamo in un’epoca in cui la parola “Patria” è diventata scomoda. C’è chi la usa come clava, brandendola contro i “diversi”. E c’è chi, per reazione comprensibile ma sbagliata, ha abbandonato il campo, lasciando che quella parola venisse occupata soltanto dai suoi peggiori interpreti. Il risultato è un Paese svuotato. Dove il tricolore compare più spesso sulle maglie da calcio che nei cuori dei cittadini come segno autentico di appartenenza condivisa. Dove i giovani non conoscono Pertini, ma conoscono gli influencer. Dove si può crescere senza mai aver sentito pronunciare il nome di Matteotti, di Gramsci, di Gobetti — né, dall’altra parte, di Alcide De Gasperi, grande patriota diffamato proprio perché faceva davvero l’interesse dell’Italia.
Questa è l’Italia svilita di cui dobbiamo parlare. Non quella delle polemiche da talk show. Quella concreta, quotidiana, silenziosa: dei quartieri dove la Costituzione non è mai entrata davvero, delle scuole dove la Resistenza è un capitolo di tre pagine consumato prima di Natale, dei ragazzi che non sanno — e forse non sentono il bisogno di sapere — cosa accadde nelle piazze, nelle montagne, nelle fabbriche dell’Italia del 1943-45.
Memoria — Una testimonianza vera
Il nonno Luigi, artigliere alpino della Julia. Partigiano sul Grappa dopo l’8 settembre. Testimone dell’eccidio di viale dei Martiri a Bassano.
Apparteneva alla Julia, artiglieria da montagna, e si trovava nella caserma di Belluno durante gli anni della Seconda guerra mondiale. Nel 1943 aveva combattuto nelle campagne di Grecia e Albania. Tornato sano e salvo, dopo l’8 settembre divenne partigiano e combatté sul Grappa. Con i suoi occhi assisté, nascosto nelle abitazioni di fronte, all’eccidio del 26 settembre in quello che oggi è il viale dei Martiri di Bassano del Grappa.
All’Adunata del 2008, tenutasi proprio a Bassano, sfilò da reduce sulla camionetta. Nel maggio 2015 ricevette a Vicenza la Medaglia al valore in ricordo dei 70 anni dalla fine della guerra. Attendeva con trepidazione il 2019 per festeggiare i suoi 100 anni e i 100 anni dell’ANA. Non ce l’ha fatta: è “andato avanti” nell’ottobre del 2018, a 99 anni.
Sua nipote Maura ha ereditato il suo prezioso cappello alpino. Ogni anno sale sola sull’Ortigara — il monte sacro al cuore di lui — perché làssù, nella sacralità di un luogo senza tempo dove si abbracciano cielo e terra, può ancora incontrarlo.
E lo ha scritto all’ANA Nazionale, con questa lettera.
“Lassù, solo lassù, ci stringiamo forte, recitiamo insieme la Preghiera dell’Alpino e il nonno è vivo accanto a me.”
— Maura Brian, neo aggregata Sezione ANA di Bassano del Grappa. Lettera pubblicata su L’Alpino, gennaio 2021.
Il fascismo non fu una disgrazia. Fu una scelta.
Prima di parlare di unità, bisogna avere il coraggio di nominare la divisione. Il fascismo non piovve dal cielo. Mussolini e il regime fascista si fondarono su un tradimento — il tradimento della Patria stessa. Questa è la verità scomoda che ancora oggi troppi faticano a pronunciare senza contorsioni, senza distinguo, senza il solito “ma anche dall’altra parte”. Non per odio verso nessuno. Ma perché senza quella chiarezza, il 25 Aprile rimane una commemorazione a metà, un rito svuotato, una bandiera che non sa più cosa difende.
Essere antifascisti — davvero, non come postura da esibire — significa riconoscere che certi errori della storia non sono interpretazioni: sono fatti. Le leggi razziali del 1938. Le Fosse Ardeatine. I 43 ragazzi di Rovetta, fucilati il 26 aprile 1945 a età comprese tra i 15 e i 22 anni. Quindici anni. Ventidue anni. Ragazzi che oggi sarebbero sui social. Invece sono nomi incisi sulla pietra.
La Resistenza non fu un movimento di sinistra con qualche simpatizzante moderato ai margini. Fu un atto plurale, profondamente italiano, che tenne insieme fedi politiche opposte nel nome di qualcosa che stava sopra a tutte: la libertà del Paese.
L’antifascismo non è un marchio registrato
Devo dire una cosa scomoda. Una di quelle cose che si dicono sapendo che qualcuno si offenderà — e che vanno dette proprio per questo. Esiste, in una certa sinistra “impegnata” e in alcuni settori dell’ANPI, una tendenza — spesso inconsapevole, ma non per questo meno dannosa — a trattare l’antifascismo come una proprietà privata. Come se l’indignazione contro il fascismo fosse un brevetto depositato, come se il 25 Aprile appartenesse di diritto a chi sfila con una determinata bandiera, canta determinate canzoni, usa determinati simboli. Come se chi non condivide quella liturgia precisa fosse automaticamente sospetto — o, nella peggiore delle ipotesi, dall’altra parte della barricata.
Quando l’antifascismo diventa l’insegna di una corrente politica invece che il fondamento di una democrazia intera, si regala agli avversari l’argomento che usano da decenni: che il 25 Aprile è “la festa della sinistra”, non degli italiani. L’antifascismo non appartiene all’ANPI. Non appartiene al PD, né a Rifondazione, né ad alcun sindacato. Appartiene alla Costituzione. E la Costituzione appartiene a tutti.
Lo rivendico da questa pagina, con la stessa convinzione con cui lo rivendico ogni giorno della mia vita: si può essere profondamente, irriducibilmente antifascisti senza aver mai marciato sotto quella bandiera. Si può avere a cuore la libertà, la dignità umana, il ripudio di ogni sopraffazione, senza appartenere ad alcuna corrente organizzata. L’antifascismo non è una tessera. È una scelta. Che chiunque può fare, ogni giorno, senza chiedere il permesso a nessuno.
Davanti a una lapide, non esistono infiltrati
Da troppi anni partecipo alle cerimonie in ricordo dei nostri caduti — partigiani o Alpini che fossero, perché sempre italiani erano, sempre figli di questa terra, sempre qualcuno che ha pagato con la vita un conto che non aveva aperto lui — per non aver capito questa distinzione. Non più tanto sottile, a dirla tutta. Ho visto cortei dove la commozione era autentica e il silenzio davanti ai monumenti aveva il peso specifico della gratitudine vera. E ho visto, altre volte, quello sguardo di sufficienza rivolto a chi partecipava senza la giacca giusta, senza il cappello giusto, senza l’affiliazione giusta.
Ebbene: davanti a una lapide con i nomi dei caduti, non esiste l’infiltrato. Esiste solo chi si ferma, chi abbassa la testa, chi ricorda. Il resto è politica di piccolo cabotaggio travestita da memoria storica. Ed è, nei confronti di chi su quelle lapidi ci è finito, una mancanza di rispetto che non ho mai smesso di trovare intollerabile.
Memoria — Gli Alpini della Resistenza
Dopo l’8 settembre 1943: quando i soldati delle montagne scelsero la montagna.
Con l’armistizio dell’8 settembre 1943, migliaia di soldati alpini si trovarono senza ordini e senza comando. Mentre nelle città soggiogate rapidamente all’occupazione tedesca si costituivano i Comitati di Liberazione Nazionale, molti sbandati delle forze armate regolari cercarono di sottrarsi alla cattura e al reclutamento nella neocostituita Repubblica Sociale Italiana dandosi alla macchia, soprattutto tra le montagne. Sulla scorta della loro esperienza bellica, si unirono spontaneamente ad elementi delle popolazioni locali e diedero vita alle prime bande partigiane, sempre più consistenti man mano che aumentò l’afflusso di disertori e renitenti alla leva repubblichina.
Le organizzazioni ebbero inizialmente strutture abbastanza rudimentali, con comandi non unificati e non coordinati. Con la partecipazione di ex prigionieri politici, antifascisti storici e combattenti della guerra di Spagna, e con la nascita — il 9 giugno 1944 — del Comando generale del Corpo Volontari della Libertà (CVL), le formazioni partigiane trovarono una guida politica e un coordinamento militare. Le principali formazioni che componevano il CVL furono: le Brigate Garibaldi del PCI; le formazioni di Giustizia e Libertà del Partito d’Azione; le Brigate Matteotti del Partito Socialista; le Brigate Fiamme Verdi, nate per iniziativa di alcuni ufficiali degli Alpini e legate poi alla DC; le Brigate Osoppo, autonome; le formazioni azzurre monarchico-badogliane; quelle liberali come la Franchi di Edgardo Sogno. Un mosaico di anime politiche diverse — unite da un solo obiettivo.
Non erano tutti comunisti. Non erano tutti socialisti. Erano cattolici, monarchici, liberali, uomini di ogni fede e di nessuna fede, contadini e artigiani che non sapevano nulla di ideologia ma sapevano benissimo distinguere il giusto dall’ingiusto. Gli Alpini che presero la montagna portarono con sé la cultura del dovere, della comunità, del silenzio operoso che la montagna insegna prima ancora del coraggio. Durante il durissimo inverno del 1944-45, il CVL e il CLNAI trasformarono le brigate partigiane in unità militari regolari: quell’esercito informale e plurale era diventato una forza.
Negare questa complessità — ridurre la Resistenza a un movimento monocolore per convenienza narrativa — non è tutela della memoria. È falsificazione della memoria. Ed è un torto fatto a tutti coloro che, da qualunque provenienza e con qualunque fede politica, scelsero la parte giusta della storia quando era ancora pericoloso e costoso farlo.
Fonte storica: Archivio Centrale dello Stato — fondo RICOMPART, Ufficio per le qualifiche partigiane.
“Non avevano un manifesto. Avevano le scarpe rotte e la neve fino alle ginocchia. E sapevano da che parte stare.”
Gli Alpini partigiani: la storia che non si vuole raccontare
C’è un fatto storico che vale la pena ricordare con forza, perché viene sistematicamente rimosso dalla vulgata corrente — rimosso non per caso, ma per convenienza narrativa. Moltissimi Alpini entrarono nelle fila della Resistenza partigiana. Lo fecero dopo l’8 settembre 1943, con una scelta brutale davanti. Non erano comunisti. Non erano socialisti. Erano cattolici, monarchici, uomini di fede moderata o conservatrice, contadini e artigiani che non sapevano nulla di ideologia ma sapevano benissimo distinguere il giusto dall’ingiusto.
Medaglia d’Oro al Valor Militare — Partigiano caduto
Angelo Zancanaro “Angelo”
Arsiè, 21 maggio 1894 — Feltre, 19 giugno 1944
Colonnello degli Alpini in servizio permanente effettivo, residente a Feltre. Militante nel battaglione “Comando Piazza” della brigata “Feltre”, fu uno dei primi organizzatori e sostenitori del movimento partigiano nella zona feltrina. Capo di Stato Maggiore di un gruppo di bande alpine, dimostrò eccezionali doti organizzative. Con grande generosità, cosciente del pericolo a cui si esponeva, si presentò in tribunale a testimoniare in favore di un superiore arrestato e dei di lui figli, riuscendo a smontare le prove d’accusa e salvandoli da sicura condanna a morte.
Caduto su vile delazione in un’imboscata notturna, anzié tentare la fuga ingaggiò un’impari lotta finché, colpito a morte, immolò insieme all’unico figlio Luciano la vita per la causa della libertà della Patria. Le SS tedesche lo trucidarono nella propria abitazione in viale del Piave n. 14 a Feltre il 19 giugno 1944.
Fu decorato con la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria (2 settembre 1976).
«Tenente Colonnello degli Alpini, sette volte decorato al valor militare,
all’atto dell’armistizio, benché anziano, non esitò a partecipare alla lotta di liberazione
apportando alla causa partigiana oltre all’impulso prezioso di un’intensa passione
quello delle sue esperienze di valoroso combattente.»
— Motivazione della Medaglia d’Oro al Valor Militare. Riconosciuto partigiano caduto dal 19 ottobre 1943 al 19 giugno 1944.
Questa è la verità che certi racconti di parte non vogliono ammettere: la Resistenza non fu un movimento di sinistra con qualche simpatizzante moderato ai margini. Fu un movimento plurale, profondamente e autenticamente italiano nella sua composizione, che tenne insieme fedi politiche opposte nel nome di qualcosa che stava sopra a tutte. Cattolici, socialisti, comunisti, liberali, militari, operai, contadini e tante donne: tutti insieme. Negarlo non è tutela della memoria. È falsificazione della memoria.
Medaglia d’Oro al Valor Militare — Partigiano caduto
Mario Pasi “Montagna”
Ravenna, 21 luglio 1913 — Belluno, 10 marzo 1945
Laureato in Medicina e Chirurgia nel 1936, tenente medico di complemento degli Alpini. Fin dall’8 settembre 1943 impugnò le armi contro l’invasore, diventando Commissario di brigata e poi di Zona partigiana nella zona Piave. Apostolo di bene e di carità, prodigò la sua opera di medico a lenire le sofferenze dei feriti senza mai risparmiarsi nei pericoli e nei sacrifici.
Catturato per delazione dalla Gendarmeria tedesca a Belluno il 13 novembre 1944, dopo sette mesi di carcere e atroci torture — bastonato a sangue, con le membra fracassate — trovò ancora la forza di tentare di porre fine al martirio. Il nemico glie lo impedì e lo finì a colpi di bastone. Il suo cadavere fu impiccato per estremo oltraggio al Bosco delle Castagne di Belluno il 10 marzo 1945 e lasciato esposto per due giorni.
Fu decorato con la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria (9 settembre 1947).
«Il suo cadavere impiccato per estremo oltraggio restò esposto per due giorni e,
circondato dall’aureola del martirio, fu faro luminoso
che additò ai superstiti la via da seguire per raggiungere la vittoria.»
— Motivazione della Medaglia d’Oro al Valor Militare. Riconosciuto partigiano caduto dall’8 settembre 1943 al 10 marzo 1945.
E i giovani? Parliamone, anche se fa male.
Guardo i giovani di oggi — con affetto, non con disprezzo — e mi chiedo dove sia finito il fuoco. Non quello retorico, non quello delle piazze di convenienza. Quello interiore: il senso di appartenere a qualcosa che vale la pena difendere, conoscere, tramandare. Lo vedo poco. Troppo poco. È colpa di una scuola che ha smesso di emozionare insegnando la storia. È colpa di una politica che ha usato i simboli nazionali come armi di parte invece che come patrimonio comune. È colpa di una società che ha premiato il consumo immediato e punito la profondità.
Una generazione che non sa da dove viene fatica enormemente a capire dove vuole andare. E un Paese composto da individui senza radici condivise non è una comunità — è un mercato. Rumoroso, colorato, pieno di cose da comprare. Ma mercato. Montanelli avrebbe detto, più brutalmente, che un popolo che non conosce la propria storia non merita di averne una. Io, più semplicemente, dico che mi dispiace — e che qualcuno, da qualche parte, ha mancato al dovere di trasmettere questa eredità.
Vorrei un’Italia finalmente riappacificata. Ma la vedo difficile.
Vorrei un’Italia che il 25 Aprile smettesse di litigare su chi ha il diritto di celebrarlo e cominciasse a chiedersi seriamente perché lo celebra. Vorrei un’Italia capace di stare davanti a un monumento ai caduti senza prima controllare chi altri ci sia in piazza. Vorrei un’Italia in cui la parola “Patria” non facesse alzare le barricate né a destra né a sinistra, perché tutti avessero capito che la Patria si nutre di valori, di dialogo, di relazioni e anche di conflitti che vengono gestiti prima di diventare guerra e violenza.
La vedo difficile, questa Italia. Devo essere onesto. Le ferite identitarie si sono calcificate in decenni di uso strumentale della storia. I meccanismi dell’informazione premiano la divisione e puniscono la complessità. Un antifascismo non rituale, ma praticato, popolare, vivo, richiede uno sforzo collettivo che la nostra epoca sembra strutturalmente poco incline a sostenere. Ma “difficile” non ha mai significato “impossibile”. E soprattutto non ha mai significato che si possa smettere di provarci — perché chi smette ha già scelto, anche se non se n’è accorto, da quale parte stare.
Io so da che parte sto. Lo so da sempre, con quella certezza tranquilla che non ha bisogno di urlarsi addosso per esistere. Sono antifascista perché credo nella dignità di ogni essere umano. Sono patriota perché amo questo Paese difficile, contraddittorio, magnifico — e lo amo abbastanza da non smettere di pretendere che sia migliore.
Quei ragazzi morti sulle montagne, in fondo, lo sapevano già.
Buon 25 Aprile, Italia. Anche quando fai fatica a meritartelo. Soprattutto allora.
Michele Sacchet
Nella foto di copertina: partigiani sfilano a Belluno per la riconsegna delle armi. (Belluno, 25 maggio 1945)
Tratta dalla pubblicazione “Italia nostra! Italia e libertà! Vite di partigiani e resistenti nelle carte.”
Mostra documentaria a 80 anni dalla Liberazione
Roma, 15 aprile – 2 giugno 2025 a cura dell’Archivio Centrale dello Stato e di Gaetano Petraglia