Quando i libri vengono distrutti: dalla Notte dei Cristalli al Project Panama

Una riflessione sulla memoria storica e sui rischi del potere senza trasparenza

C’è qualcosa di profondamente inquietante nella notizia che emerge dai documenti resi pubblici negli Stati Uniti nelle scorse settimane.

Anthropic, l’azienda che sviluppa il chatbot di Intelligenza Artificiale Claude, ha acquistato e fisicamente distrutto milioni di libri per digitalizzarli e usarli nell’addestramento dei propri sistemi di intelligenza artificiale.

Il progetto, chiamato internamente Project Panama, veniva tenuto deliberatamente segreto: «Non vogliamo che si venga a sapere che stiamo lavorando su questo», è stato scritto ai dipendenti, in un documento interno di Anthropic del 2024.

Libri privati del dorso, smontati, smembrati. Per fare prima. Per fare soldi.

Germania nazista, 10 maggio 1933: i roghi della Bebelplatz

La notte del 10 maggio 1933, a Berlino, ventimila libri vennero gettati tra le fiamme su ordine di Goebbels. Bruciarono Marx e Freud, Hemingway e Einstein, Remarque e Proust. Il filosofo Heinrich Heine aveva previsto tutto un secolo prima: «Dove si bruciano i libri, si finisce per bruciare anche gli uomini». I roghi nazisti non erano un eccesso: erano un programma. La distruzione del libro precedeva la distruzione dell’uomo. Oggi nessuno accende falò in piazza, ma milioni di libri vengono smontati, privati del dorso, smembrati pagina per pagina — in segreto, per farne dati. La forma cambia. La logica del «il fine giustifica i mezzi» resta.

Militari e studenti si preparano per gettare nel falò i libri durante il rogo del 10 maggio 1933. Fonte: Bundesarchiv, Bild 102-14598. Foto di Georg Pahl / CC-BY-SA 3.0

La memoria ci obbliga a ricordare

Chi frequenta le nostre fila conosce bene il valore della memoria storica. È uno dei pilastri su cui si regge l’impegno degli Alpini: non dimenticare, perché dimenticare significa esporre le generazioni future agli stessi errori.

Per questo, leggendo questa notizia, la mente non può non tornare alla Notte dei Cristalli, il 9 e 10 novembre 1938. In quelle ore buie, la Germania nazista scatenò un pogrom di stato contro gli ebrei: sinagoghe in fiamme, negozi devastati, migliaia di persone arrestate, picchiate, uccise.

Fu uno dei momenti più bui della storia europea, preludio all’orrore della Shoah. Il pretesto scatenante fu l’attentato compiuto il 7 novembre a Parigi dal diciassettenne Herschel Grynszpan contro il diplomatico tedesco Ernst Eduard vom Rath — ma il pretesto, come sempre, era solo la scintilla cercata da chi aveva già deciso cosa fare.

Tra le cose che i nazisti bruciarono e distrussero c’erano anche i libri. Non era la prima volta: dal 10 maggio 1933 i roghi dei libri erano diventati un rituale del regime, un modo per cancellare idee, culture, identità.

Heinrich Heine aveva scritto un secolo prima, con profetica lucidità: «Dort wo man Bücher verbrennt, verbrennt man auch am Ende Menschen»Dove si bruciano i libri, alla fine si bruciano anche gli uomini.

Italia fascista, 1941: i libri proibiti “in via riservata”

Nell’aprile del 1942 il Ministero della Cultura popolare fascista inviò agli editori italiani l’elenco degli “autori non graditi” — ebrei e antifascisti — in via riservata. Solo in un secondo momento l’elenco fu distribuito alle biblioteche. La riservatezza era parte del metodo: agire nell’ombra, senza che l’opinione pubblica potesse reagire. Anche Anthropic, nell’avviare il Project Panama, scrisse esplicitamente ai propri dipendenti: «Non vogliamo che si venga a sapere che stiamo lavorando su questo». Il segreto, ieri come oggi, è la prima spia di un’azione che non regge alla luce del sole.

Esempio di documento che mostra le conseguenze della circolare n. 19230 del 30 maggio 1939

Proporzioni diverse, domande uguali

Sia chiaro: non stiamo dicendo che Anthropic e il nazismo siano la stessa cosa. Sarebbe un’equiparazione falsa e offensiva verso le vittime della Shoah. Le proporzioni morali, storiche e umane sono assolutamente incomparabili.

Ma la storia non serve solo a ricordare i crimini del passato. Serve anche a fornirci gli strumenti per leggere il presente, per riconoscere certi meccanismi prima che degenerino. E alcuni meccanismi, in questa vicenda, meritano attenzione.

Il primo è il segreto. Ciò che si fa di nascosto, senza voler rendere conto a nessuno, raramente è fatto nell’interesse collettivo. Che si trattasse del regime nazista che pianificava persecuzioni o di una grande azienda tecnologica che distrugge silenziosamente patrimonio culturale, il segreto è sempre il segnale che qualcosa non regge alla luce del sole.

Il secondo è il disprezzo per ciò che si distrugge. Un libro non è solo carta e inchiostro. È il lavoro di un autore, è un pezzo di cultura, è un atto di comunicazione tra esseri umani attraverso il tempo. Strapparne il dorso per farne dati, più velocemente, per ridurre i costi, rivela una visione del mondo in cui tutto — anche la cultura — è riducibile a materia prima da sfruttare.

Il terzo è il movente. Il nazismo agì per ideologia dell’odio. Anthropic ha agito, stando ai documenti, per denaro e vantaggio competitivo che ha portato l’azienda, lo scorso settembre, a patteggiare pagando circa 1,5 miliardi di dollari, ma alcuni dei documenti inerenti il caso sono stati resi pubblici da un giudice a gennaio 2026. Motivazioni diverse, ma accomunate dall’assenza di un limite etico riconosciuto: l’idea che il fine — fosse l’eliminazione di un popolo o il primato nell’intelligenza artificiale — giustifichi qualunque mezzo.

Quando il denaro viene prima delle persone

C’è un elemento emerso dai documenti del Washington Post che, più di ogni altro, rivela la vera natura di questa vicenda. I vertici di Anthropic sapevano perfettamente che avrebbero potuto chiedere il permesso agli autori e agli editori per usare i loro libri. Lo sapevano, e scelsero deliberatamente di non farlo — perché lo consideravano «impraticabile». Troppo lento. Troppo costoso. Meglio comprare i libri di nascosto, distruggerli e non dire nulla a nessuno.

Gli autori di quei libri — persone che avevano dedicato anni della propria vita a scrivere, a cercare le parole giuste, a mettere su carta pensieri e storie — non furono mai consultati, mai avvisati, mai compensati. Nei piani di Anthropic esistevano soltanto come materia prima da processare, esattamente come le pagine che una macchina idraulica staccava dai loro dorsi.

Chiedere il permesso avrebbe significato riconoscere un diritto. Riconoscere un diritto avrebbe significato riconoscere una persona. Ma riconoscere una persona ha un costo. Ed evidentemente, il conto non tornava.

Cosa ci insegna tutto questo

Noi Alpini siamo abituati a guardare le cose con gli occhi di chi ha visto, o i cui padri hanno visto, cosa succede quando il potere agisce senza freni, senza trasparenza, senza rispetto per la dignità umana e culturale.

Non dobbiamo aspettare che le cose degenerino per preoccuparci. Dobbiamo allenarci a riconoscere i segnali. E il segreto — il «non vogliamo che si venga a sapere» — è sempre uno di quei segnali.

I libri che Anthropic ha distrutto non erano libri di ebrei, non erano libri proibiti da un regime. Ma erano comunque libri trattati come rifiuti, come materia usa e getta, in nome del profitto. E questo, già da solo, merita che ce ne preoccupiamo — e che ne parliamo.

Perché la memoria non è solo guardare indietro. È anche saper guardare avanti.

La memoria non si costruisce a parole: si nutre di studio e di fonti.

Per questo ti segnaliamo questo dettagliato contributo storico di Erika Baini, ricercatrice dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, dedicato alla censura bibliotecaria nell’Italia fascista e nella Germania nazista:

leggilo qui.

 

 

Michele Sacchet

Foto di copertina:
10 maggio 1933, rogo pubblico di scritti e libri non tedeschi sulla Bebelplatz a Berlino, da parte degli studenti universitari.
Fonte: Bundesarchiv, Bild 102-14597. Foto di Georg Pahl / CC-BY-SA 3.0

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