REPUBBLICA O MONARCHIA

REPUBBLICA O MONARCHIA

Il Referendum Istituzionale del 2 giugno 1946

Alla fine della seconda guerra mondiale l’Italia era un paese sconfitto e distrutto. Era occupato militarmente dagli Angloamericani ed il suo confine orientale era minacciato dalle truppe del maresciallo Tito.

Le Colonie erano perse. Al Nord imperversavano bande di criminali che eseguivano giustizie sommarie. Al Sud intere province erano in rivolta. La Sicilia minacciava di separarsi dal resto del paese. La popolazione era affamata ed anche i generi di prima necessità erano reperibili solo al mercato nero.

La situazione politica non era meno caotica : presidente del consiglio era il cattolico Alcide De Gasperi, che aveva formato un governo tendenzialmente repubblicano, con il socialista Nenni alla vicepresidenza ed il comunista Togliatti al ministero della giustizia.

I ministri avrebbero dovuto giurare nelle mani di Umberto di Savoia, luogotenente del regno dal giugno 1944, ma molti rifiutarono di farlo.

Gli alti gradi dell’esercito, della marina, dell’aviazione e dei carabinieri erano invece in  prevalenza fedeli ai Savoia e molti temevano che potessero prendere le armi in difesa della monarchia, qualora la sua autorità fosse messa in discussione.

Urgeva quindi prendere una decisione su quale dovesse essere la forma istituzionale dello Stato e su chi lo avrebbe governato.

Già nel 1944 Umberto aveva ufficialmente accettato, su pressione degli Alleati che, al termine della guerra, la decisione se l’Italia avesse dovuto continuare ad essere una monarchia oppure diventare una repubblica fosse presa direttamente dal popolo.

A dire il vero c’era stato al riguardo qualche contrasto tra gli Alleati. Gli Inglesi erano favorevoli al mantenimento della monarchia, perché temevano che si insediasse un governo comunista. Gli Americani erano invece favorevoli alla libera scelta degli Italiani.

Il 16 marzo 1946 Umberto firmò due decreti : uno per il referendum istituzionale con il quale la popolazione avrebbe scelto tra monarchia e repubblica ed uno per l’elezione dei componenti dell’Assemblea Costituente (praticamente una Camera dei Deputati) che avrebbero avuto il compito di eleggere il capo provvisorio dello Stato e redigere la
nuova Costituzione.

La data delle elezioni venne fissata per il 2 e 3 giugno 1946. Potevano votare tutti gli Italiani che avevano compiuto 21 anni. Per la prima volta nella storia d’Italia votavano anche le donne. Fu deciso che andare a votare fosse  obbligatorio e non una libera scelta del cittadino.

Malgrado questa imposizione, quel referendum rappresentò, a mio parere, il punto più elevato dell’esercizio della sovranità popolare nel nostro Paese.

Dal sito https://archivio.quirinale.it

Dal voto furono esclusi i cittadini di Bolzano e dell’Alto Adige e di Trieste e della Venezia Giulia, ovvero i territori assegnati all’Italia alla fine della prima guerra mondiale.

Vi chiederete allora perché il Trentino votò e l’Alto Adige no. La risposta è semplice: perché Alcide De Gasperi era Trentino.

La campagna elettorale si svolse in un clima incandescente, ma senza gli incidenti temuti. Molti furono i motivi di attrito tra i contendenti. La prima contestazione riguardò le schede elettorali.

Quelle per la monarchia erano contrassegnate dallo stemma sabaudo. Per il simbolo della repubblica venne scelta la testa dell’Italia con la corona turrita. I monarchici protestarono dicendo che avrebbe tratto in inganno gli elettori,  convinti che quella fosse l’immagine della regina.

Il 9 maggio 1946, dopo molte insistenze, il re Vittorio Emanuele III abdicò in favore del figlio Umberto. Le sinistre  protestarono giudicando la cosa un espediente elettorale della casa reale per prendere più voti. Così Umberto II di Savoia divenne re. Lo fu per solo un mese e per questo fu denominato “re di maggio”.

Il programma politico di Umberto prevedeva una monarchia costituzionale, nella quale il potere politico veniva  esercitato da un parlamento eletto dal popolo e dal governo.

Tutti i principali partiti assunsero una posizione a favore della repubblica.

Erano per la repubblica anche gli ex fascisti e repubblichini. Il congresso della Democrazia Cristiana si era espresso a maggioranza per la repubblica, tuttavia il partito lasciava agli elettori libertà di coscienza. Votò probabilmente per la monarchia lo stesso De Gasperi.

La Chiesa con molta discrezione si espresse in favore della monarchia, ma ufficialmente non diede indicazioni e restò neutrale. Gli Storici sono propensi a credere, che un suo intervento in favore della monarchia sarebbe bastato a mantenere i Savoia sul trono d’Italia.

Per quanto riguarda l’Assemblea Costituente, la Chiesa invitò a “dare il voto a quei candidati che rispetteranno i diritti di Dio e della religione”.

Chiaro il riferimento alla Democrazia Cristiana.

Tra la popolazione era convinzione diffusa che la monarchia fosse  ormai una forma di governo superata e soprattutto che la casa reale fosse stata complice del fascismo e con esso responsabile della tragedia della guerra,  ma era altrettanto diffuso il timore che una vittoria della repubblica potesse portare i comunisti al potere.

In campagna elettorale re Umberto si comportò come gli altri leader politici e viaggiò da un capo all’altro della  penisola.

Concesse onorificenze e migliaia di croci di cavaliere, gratificando anche il giovane segretario di De Gasperi, Giulio  Andreotti che nella DC capeggiava la corrente monarchica.

Umberto al Sud raccolse molti consensi ed in molte città fu acclamato e portato in trionfo.

Al Nord la musica fu diversa. In molti luoghi fu fischiato ed insultato. Le forze dell’ordine dovettero spesso intervenire per evitare disordini.

Alcuni sindaci rifiutarono di incontrarlo. In regioni come l’Emilia e la Toscana, che pure avevano dato ampie adesioni  al fascismo, qualunque oratore che avesse parlato in favore del re correva il rischio di essere linciato.

Il 1° giugno, quando ormai la propaganda era proibita, Umberto indirizzò un messaggio agli Italiani, che gli avversari  politici giudicarono sleale e provocatorio.

Umberto effettivamente non rispettò le regole elettorali, ma nel discorso si limitò a dire che avrebbe accettato la  volontà del popolo italiano.

In questo clima politico, il 2 giugno 1946, 28 milioni di elettori furono chiamati alle urne. Umberto votò la mattina del 3 giugno: depose nell’urna due schede bianche. La moglie Maria Josè aveva votato il giorno prima. Si presentò al seggio senza il documento d’identità.

Per la Costituente votò per il socialista Saragat (che diventerà Presidente della Repubblica nel 1964) e lasciò scheda  bianca per il referendum, dicendo che non le era sembrato elegante votare per il marito.

Le urne furono chiuse alle tredici di lunedì 3 giugno. Le votazioni si erano svolte nell’ordine più assoluto e nella  corretta applicazione delle norme.

Cominciò l’attesa dei risultati.

Il giorno 4 si diffuse la notizia che la monarchia aveva vinto, ma con l’afflusso dei voti dal Nord la situazione si capovolse.

La sera del 5 giugno la vittoria repubblicana sembrò certa. De Gasperi si recò al Quirinale e disse ad Umberto che il  lavoro di spoglio aveva portato alla constatazione di una considerevole maggioranza a favore della repubblica.

Umberto restò calmo e non fece commenti. Disse solo che già l’indomani avrebbe fatto partire la regina ed i figli per una destinazione straniera e che li avrebbe seguiti non appena la Corte di Cassazione avesse promulgato i dati definitivi. Nel frattempo si sarebbe preparato al trapasso dei poteri.

Il 10 giugno il presidente della Corte di Cassazione, Giuseppe Pagano, lesse i risultati del referendum, ma la proclamazione del verdetto definitivo fu rinviata in attesa delle verifiche sulle schede nulle e delle decisioni sui ricorsi e sulle contestazioni.

Questo giustificato rinvio fu la causa di pericolose tensioni tra il governo e la corona. De Gasperi chiese al re di  rimettere i suoi poteri.

Umberto ribadì che lo avrebbe fatto solo dopo aver conosciuto i risultati definitivi, come prevedeva il decreto legislativo.

Si diffuse allora la voce di un possibile colpo di stato dell’esercito in appoggio alla corona. Al Nord si svolsero  imponenti manifestazioni repubblicane, nelle quali venne chiesto l’arresto del re.

Il questore di Belluno, preoccupato che potessero scoppiare disordini, chiese il rafforzamento delle forze di polizia presenti in provincia.

La sera del 12 giugno il Consiglio dei Ministri dichiarò decaduta la monarchia e conferì a De Gasperi le funzioni di capo provvisorio delle stato. Non bisogna avere remore a dire che questo fu un “colpo di stato”.

Lo stesso presidente della Corte di Cassazione, il già citato Pagano, nel 1960 dichiarò :”L’angoscia del governo di far dichiarare la repubblica era stata tale da indurre al “colpo di stato”, prima che la Corte Suprema stabilisse realmente i risultati validi definitivi”.

A Roma e nel Sud scoppiarono gravi disordini e ci furono diversi morti. Umberto decise di partire quello stesso 13  giugno. Se ne andava nel suo esilio portoghese da re e senza abdicare.

Nel suo messaggio di saluto al Paese  giudicava “un gesto rivoluzionario” quanto fatto la sera prima dal governo. Alle ore 15 del 13 giugno, Umberto scese nel cortile interno del Quirinale accolto dalle note della Marcia Reale (l’inno d’Italia dal 1861 fino a quel giorno).

Il comandante dei Corazzieri, duca Riario Sforza, ordinò il saluto al re:”Guardie del re, saluto al re !”. I Corazzieri risposero con il grido: ”Viva il re !”. Umberto si allontanò in macchina, mentre dal pennone veniva ammainata la bandiera con lo stemma sabaudo.

Respinti i ricorsi monarchici, il 18 giugno la Corte di Cassazione annunciò i risultati definitivi delle elezioni.

La repubblica aveva ottenuto il 54,3% dei voti; la monarchia il 45,7%. Aveva votato l’89,1% degli aventi diritto. Le  schede nulle furono un milione e mezzo. Venne quindi proclamata la repubblica, con effetto retroattivo al 2 giugno. Era la fine della monarchia sabauda.

Com’era prevedibile, il voto referendario aveva spaccato il paese in due. Al Centro-Nord aveva prevalso la repubblica  (64,8%), da Roma in giù la monarchia (67,4%).

La repubblica ottenne la più alta percentuale di consensi in Trentino (85%), la monarchia in Campagna (77%). Nel Collegio XI Udine-Belluno la repubblica ottenne il 63% dei voti.

Per l’elezione dell’Assemblea Costituente, a Belluno la Democrazia Cristiana ottenne il 51% dei voti, fu una delle 5  province italiane dove la DC ottenne la maggioranza assoluta.

Il Sud accolse il responso delle urne come un’altra prevaricazione delle regioni settentrionali. I politici siciliani  affermarono che “i meridionali non avrebbero mai accettato le decisioni del Nord repubblicano”.

Il 25 giugno l’Assemblea Costituente tenne la sua prima seduta e tre giorni dopo elesse capo provvisorio delle stato Enrico De Nicola.

Al referendum Enrico De Nicola aveva votato per la monarchia : un monarchico alla presidenza della repubblica.

 

 

Articolo di Daniele Luciani per il Col Maòr n. 3 del 2011

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