Bòi e paradori

Bòi e paradori

E quando tuti se avèa na vacheta…, certamente la vacheta di cui si parla era di razza bigia.

Il bestiame Grigio anticamente presente sulle Alpi si ritiene appartenesse originariamente a due popolazioni bovine caratterizzate da diversità di taglia e colorazione del mantello.

In particolare il bestiame di grande taglia (Grigia di Val d’Adige) era diffuso in Val d’Ultimo, in provincia di Bolzano e in alcune zone dell’alta e media pianura veneta, la collina veronese e quella occidentale vicentina, mentre un tipo di bestiame di taglia più contenute (Bigia Alpina o Bigia della Valbelluna) era invece allevato in tutta la conca bellunese e nelle vallate interne della parte più settentrionale della provincia.

La variabilità estrema delle condizioni ambientali e le inesistenti programmazioni selettive avevano prodotto nei secoli un notevole polimorfismo, soprattutto a carico del colore del mantello.

Si potevano trovare, infatti, tutte le tinte del grigio da molto chiaro a quasi nero o marron scuro, con frequenti contaminazioni di pelo rossiccio (fromentino) e qualche soggetto presentava addirittura più o meno estese pezzature bianche sul dorso e sul capo (lòri).

Prima dell’avvento dei caseifici sociali ben poca importanza era riservata alla produzione di latte, mentre lo scopo principale dell’allevamento bovino era rappresentato dalla fornitura di forza lavoro sia in campo agricolo che commerciale e artigianale.

La bigia locale era armonicamente collocata all’interno di una comunità rurale costituita principalmente da conduzioni mezzadrili e da prime piccole realtà imprenditoriali, comunque orientata alla produzione di vitelli da destinare alla vendita per il macello o come buoi da lavoro.

A seguito delle mutate condizioni economiche, del delinearsi di nuove tendenze produttive e delle notevoli pressioni della politica agraria favorevole all’inserimento delle razze specializzate da latte a scapito dei genotipi locali, nel giro di pochi decenni la consistenza numerica dei capi di razza bigia autoctona calò bruscamente e la diluizione genetica all’interno della popolazione bovina progredì costantemente fino alla completa estinzione avvenuta, presumibilmente, nel periodo a cavallo fra i due eventi bellici mondiali.

Le doti di rusticità, caparbietà, adattabilità a condizioni di allevamento anche difficili, del bestiame bellunese erano ben note, anche oltre i confini della provincia, tanto che i mercati settimanali e le fiere stagionali erano frequentatissime da avventori, spesso foresti, bacàni dela bassa, carrettieri e commercianti, boscaioli e tira taje, che
cercavano di accaparrarsi i migliori soggetti sulla piazza.

Già, perché proprio nelle piazze cittadine avvenivano le contrattazioni di merci e animali; per lunghissimo tempo in
Campedèl andò in scena lo spettacolo del Marcà”, un susseguirsi periodico di repliche con veri e propri attori, protagonisti e comparse.

Paroni e marcanti, sansèr e rufiani, garzoi e paradori, indaffarati nei propri ruoli si avvicendavano sul palco, recitando un copione ben preciso fatto di regole scritte e improvvisazioni, codici di comportamento, usi e consuetudini.

Gli animali da esitare alla vendita erano condotti in città naturalmente a piedi, provenendo a volte anche da frazioni parecchio distanti, generalmente con la catena al collo e il caratteristico capezzone cinto attorno alle corna.

Erano presentati preferibilmente in coppia (cubia) per dimostrare un valore aggiunto rappresentato dall’affiatamento e la predisposizione al lavoro, mentre soggetti singoli e “spaiati” subivano un notevole deprezzamento,  indipendentemente dalle loro caratteristiche morfologiche.

Il “trasporto” al mercato era affidato per ogni lotto ad almeno due persone, un adulto davanti e un ragazzo dietro, con il compito di sollecitare l’avanzamento degli animali (paràr).

L’incarico dei paradori per i mezzadri era un servizio dovuto al paròn dela colonìa e si esauriva con la vendita degli animali oppure, in caso di esito negativo, riaccompagnando alla stalla di origine i soggetti invenduti.

L’antico adagio che recita bonora al marcà e tardi a la guera si riferiva esplicitamente al fatto che le possibilità di concludere buoni affari erano tanto maggiori nelle prime ore di apertura quanto improbabili, sia pur possibili, con il passare del tempo.

Inoltre il fatto di liberarsi presto dalle incombenze coatte, consentiva ai paradori di offrirsi per svolgere la medesima funzione, ma in questo caso a pagamento, per la consegna “a domicilio” per conto degli acquirenti.

Abilità e fortuna si mescolavano in vario modo per cercare di procacciarsi le migliori “condotte” ovvero quelle situate più vicino possibile alla sede di mercato, in modo tale da poter reiterare più volte l’offerta del servizio durante il corso della giornata, aumentando di conseguenza le opportunità di piccoli ma preziosi guadagni.

Nella generalità dei casi queste attività di arrotondamento del reddito erano tollerate di buon grado da parte del paròn soprattutto in virtù del fatto che non influivano negativamente in alcun modo sul proprio profitto, a volte però accadeva che il proprietario per accattivarsi ulteriormente l’interesse di un possibile acquirente, offrisse il trasporto come compreso nel prezzo pattuito per la vendita del capo, esercitando così l’ennesima coercizione nei confronti del proprio colono.

 

Da QUANDO TUTI SE AVEA ‘NA VACHETA
Ricordi di una ruralità perduta, o quasi
A cura di Paolo Tormen per il Col Maòr n. 1 del 2016

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