Non è vergogna fuggir…

Non è vergogna fuggir…

La “Quinta Mitragliatrici ” e la mina del Castelletto

Ai primi di luglio del 1916 la 5a Mitragliatrici del battaglione “Belluno” aveva un’arma appostata giù per il ghiaione che scende verso sud dai canaloni del Castelletto.

La roccia del terrore

Era questa una propaggine rocciosa, a quota 2640, separata dalla 1a Tofana da una selletta dove erano bene apportati 121 Austriaci con diverse mitragliatrici, nascosti in caverne e che disponevano anche di una baracca.

Questo avamposto nemico aveva procurato numerose perdite fra i nostri Alpini e la posizione si rendeva inattaccabile. Attorno vi si svolsero tanti e tali combattimenti accaniti che gli austriaci la ribattezzarono “Scheckenstein”, cioè “Roccia del terrore”.

L’ardimento e il valore dei nostri si infranse sempre sul Castelletto, nonostante attorno avessimo ottenuto parziali risultati positivi. I nostri Alpini si batterono allo spasimo con azioni isolate e di massa, ma trovarono altrettanto valore nei soldati del “Alpenkorp”, bene armati e su posizioni dominanti.

Il colonnello Tarditi pensò allora di far saltare il terribile torrione con una mina colossale.

Esperti minatori lavorarono nell’inverno 1915-16, nella successiva primavera e nella prima estate. Il nemico, avuta notizia del nostro progetto, tentò una contro-mina, ma fu battuto sul tempo.

Dopo aver quindi scavato una galleria in salita lunga ben 500 metri, fu creata una enorme camera di scoppio, dentro la quale vennero stipate cassette di gelatina, innescate ad una ad una.

Sì trasportarono ben 36 tonnellate di questo esplosivo, cioè 360 quintali. Per dare un’idea ancora più chiara si pensi che era un quantitativo sette volte maggiore di quello predisposto per la mina del Col di Lana. Si provvide inoltre a tre sistemi di accensione, onde ovviare a un eventuale contrattempo che due non funzionassero.

Si attende l’ordine di…… Sparo!

Tutto così ben intasato è pronto, per 45 giorni sì attese l’ordine di sparo.

Il preambolo non sembri lungo. Il lavoro che si fece, tutto a mano ed spalle, senza alcun sussidio di mezzi meccanici (eccetto due perforatrici), fu certamente gigantesco.

Nel complesso dell’azione offensiva, poderosa sia per mezzi che per uomini, vogliamo ricordare quello che fece un’arma della “5a mitraglia”.

La mina doveva scoppiare alle 3,20 dell’11 luglio. L’occupazione della celletta doveva essere fatta dal distaccamento T.K., costituito da 110 minatori, da un plotone circa della 77ª, dalla 5a Sezione mitragliatrici e dal resto della 77ª, che da qualche giorno era giunta al Castelletto.

La 78ª e la 79ª, dopo lo scoppio, dovevano finalmente sbarazzarsi del “Sasso Misterioso” che da più di un anno impediva l’accesso alla Val Travenanzes.

Quella notte la truppa del Castelletto era appostata più ad est, verso Cortina. Era riparata dietro agli enormi massi sparsi sul ghiaione sotto la Tofana, perché non si poteva prevedere quello che sarebbe successo dopo il brillamento della mina e quale mole di roccia si sarebbe staccata dalla magnifica ed incombente parete.

Un protone restava a fare buona guardia ai piedi dei cannelloni del castelletto.

Non è vergogna a fuggire… …quando bisogna!

Più in giù la citata mitragliatrice della “Quinta”.

Queste forze, del resto, erano quelle che costituivano il normale presidio delle posizioni avanzate.

Così era la situazione la sera del 10. Ma verso le due del mattino, lentamente, senza fare il minimo rumore, un uomo alla volta il plotone abbandonò la posizione. L’ordine era preciso: “Alle tre nessun uomo deve trovarsi sotto i canaloni. “.

E la “Quinta”?

Essa doveva ridurre al minimo il suo presidio e cioè ad una sola arma. Questa doveva sgranare un nastro (200 colpi) alle 3:15 a scopo dimostrativo e poi… …non è vergogna fuggir, quando bisogna!

Alle tre quindi rimasto il capo-arma, col Comandante della Sezione e il suo attendente.

“Rimanere soli, isolati in quella posizione e con quello che bolliva in pentola sopra le nostre teste anche solo per 15 minuti, era come passare delle ore non saprei dove…” – così ricorda uno di quei tre -.

Erano muniti di orologio, che era stato regolato con quello del Comando. Continuamente lo consultavano, guardandosi l’un l’altro. Ed i minuti passavano lentissimi.

Il nastro era infilato; la prima pallottola in canna.

Fioi… Ancora un minuto…

Attorno silenzio assoluto, come circondati dall’infinito. Sopra quella massa nera, enorme, che sembrava cadere da un momento all’altro, che ormai scricchiolava nelle viscere.

“Fioi… Ancora un minuto…” Sibilò il Comandante. Poi si sgranò il nastro e quel gracchiare improvviso avvertiva tutti che ormai stava per scoppiare una mina di tale potenza che nessuno, in quel posto del mondo, aveva mai fatto brillare.

Il Comandante si impossessò del nastro vuoto; il capo-arma sganciò l’arma e se la mise in spalla; l’attendente chiuse, issò il treppiede e… …via!

Questo avvenne in un tempo molto più breve di quello impiegato a leggere queste righe.

E mentre i tre scendevano lesti, a balzi, cercando di fare meno rumore possibile, il cecchino di sentinella, forse irritato dal frusciare attorno a lui delle 200 pallottole, sparò in basso i cinque colpi del suo caricatore.

Ed appena ebbe finito… Successe il finimondo!…

Poveretto… Era finito anche Lui…

Firmato “Iocèro”

 

(Articolo scritto da Mario Dell’Eva per il Col maor n. 5 del 1965, per gentile concessione di uno di quei tre “veci”, classe 1894)

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