Adunata Genova 2026 · Guido Rossa, l’Alpino, l’Uomo
Diario dell’Adunata · Puntata 5 di 5
Per non dimenticare Guido Rossa
Questa pagina fa parte del diario dell’Adunata di Genova 2026, ma vive di vita propria. Se cercavate informazioni su Guido Rossa, eccole. Se siete arrivati qui dal Diario dell’Adunata, benvenuti in quella che è la pagina più importante di tutte.
— Michele Sacchet, Alpino
C’è un momento, in ogni Adunata, in cui la festa deve fermarsi. Non per un’ora, non per una giornata: per il tempo necessario a guardare in faccia la memoria. Quella civile, soprattutto. Quella che pesa, che brucia, che ci chiede conto di quello che siamo.
Ho voluto fortemente, in mezzo alla folla genovese di sabato 9 maggio, che il Gruppo si fermasse davanti al monumento dedicato a Guido Rossa. Non era nel nostro programma ufficiale. Non lo aveva chiesto nessuno. Eppure mi è sembrato impossibile attraversare Genova senza compiere questo gesto — perché Guido Rossa è uno dei nostri, perché Guido Rossa è morto per non voltarsi dall’altra parte, e perché un Alpino bellunese che passa da Genova senza salutare un Alpino bellunese sepolto a Genova non è degno del cappello che porta.
Un bellunese a Genova
Guido Rossa nacque a Cesiomaggiore il 1° dicembre 1934. Cesiolino, dunque. Come mio padre, Albino. Uno dei nostri, di queste valli, di questo Veneto bellunese che ha mandato i suoi figli in ogni angolo del mondo a cercare lavoro, pane, dignità. La famiglia emigrò a Torino quando lui era bambino, poi a Genova, dove Guido sarebbe rimasto per sempre. Operaio all’Italsider di Cornigliano — la grande fabbrica che era allora il cuore industriale d’Italia, il simbolo delle lotte operaie del Paese.

E poi, soprattutto: Alpino Paracadutista. Uomo di montagna. Fortissimo scalatore, di quelli che salivano le pareti delle Dolomiti e delle Alpi Occidentali con quella naturalezza severa che hanno gli uomini cresciuti coi piedi sulla roccia. La montagna era nel suo sangue, come è nel sangue di tutti noi che siamo nati sotto le Prealpi. Ma la sua montagna, a un certo punto, gli divenne stretta.
“Scendere giù in mezzo agli uomini”
Nel 1970 Guido scrisse al suo amico Ottavio Bastrenta una lettera che è uno dei più alti documenti di coscienza civile del Novecento italiano. Una lettera in cui annunciava — con dolore — di voler abbandonare l’alpinismo agonistico per dedicarsi alla giustizia sociale. “L’indifferenza, il qualunquismo e l’ambizione che dominano nell’ambiente alpinistico” gli erano divenuti insopportabili. Lui, che era stato uno dei più forti scalatori della sua generazione, decideva di scendere.
“Anche noi dobbiamo finalmente scendere giù in mezzo agli uomini a lottare con loro, allargando fra tutti gli uomini la nostra solidarietà che porti al raggiungimento di una maggiore giustizia sociale, che lasci una traccia, un segno, tra gli uomini di tutti i giorni.”
— Guido Rossa a Ottavio Bastrenta, 15 febbraio 1970
Sono parole che oggi suonano quasi profetiche. Un uomo che lascia le vette — il luogo dove un alpinista si sente più sé stesso — per scendere a combattere fra gli uomini comuni. Per non chiudersi nel “solidale egoismo” di chi si ritira dal mondo. Per non far parte di quel “paradiso di vette pulite, perfette e scintillanti” mentre “due abitanti su tre sono sottoalimentati”.
Il 24 gennaio 1979
In fabbrica Guido era diventato delegato del Consiglio di Fabbrica, eletto dai suoi compagni. Comunista, iscritto al PCI, era di quei sindacalisti che pensavano la lotta operaia come servizio alla Repubblica — non contro lo Stato, ma dentro lo Stato democratico.
Nel 1978 successe quello che doveva succedere. Guido si accorse che un suo compagno di lavoro, un certo Francesco Berardi, stava facendo girare in fabbrica volantini delle Brigate Rosse. Guido non esitò: lo denunciò. Lo denunciò perché credeva — semplicemente, ostinatamente, in modo quasi alpino — che non si potesse stare zitti davanti a chi voleva uccidere la Repubblica. Berardi fu arrestato. Nessuno degli altri operai testimoniò con lui. Guido restò solo.

Le Brigate Rosse decisero che doveva pagare. La mattina del 24 gennaio 1979, alle 6.35, in via Ischia 4 a Genova, Guido uscì di casa per andare al lavoro. Salì sulla sua Fiat 850. Dietro di lui, su un furgone Fiat 238, tre brigatisti: Riccardo Dura, Vincenzo Guagliardo e Lorenzo Carpi. I colpi d’arma da fuoco lo uccisero sul posto. Aveva 44 anni.
Era la prima volta che le Brigate Rosse uccidevano un operaio, un sindacalista, un uomo della loro stessa parte politica. Fu, paradossalmente, l’inizio della loro fine. Agli operai dell’Italsider, sotto le bandiere rosse del corteo funebre, comparvero i cartelli più giusti che si potessero scrivere: “Né con lo Stato né con le BR” — che andava letto, in realtà, come “sì con la Repubblica, no col terrorismo“. Da quel giorno, le BR persero la fabbrica. E senza la fabbrica, persero tutto.
Pertini ai camalli
Dopo il funerale, il Presidente della Repubblica Sandro Pertini — partigiano, socialista, uomo di Liguria — volle incontrare i camalli del porto di Genova. Pronunciò parole che andrebbero scolpite all’ingresso di ogni scuola italiana:
“Io oggi non sono qui come il Presidente della Repubblica, ma come il compagno Sandro Pertini. Io le Brigate Rosse le ho viste in faccia! Ma quelle vere! Quelle che hanno combattuto contro i fascisti e non quelle che hanno combattuto contro i democratici!”
— Sandro Pertini, funerali di Guido Rossa, Genova 1979
A Guido fu assegnata la Medaglia d’Oro al Valor Civile, con una motivazione che vale la pena leggere per intero perché racconta un’Italia che sapeva ancora riconoscere i suoi eroi: “Sindacalista componente del consiglio di fabbrica di un importante stabilimento industriale, costante nell’impegno a difesa delle istituzioni democratiche e dei più alti ideali di libertà. Pur consapevole dei pericoli cui andava incontro, non esitava a collaborare a fini di giustizia nella lotta contro il terrorismo e cadeva sotto i colpi d’arma da fuoco in un vile e proditorio agguato. Mirabile esempio di spirito civico e di non comune coraggio spinti fino all’estremo sacrificio.”
“Guido Rossa infame”
Eppure. Nel 2019, a Genova, a quarant’anni esatti dall’omicidio, in occasione della visita del Presidente Sergio Mattarella per la commemorazione, in Salita Santa Brigida comparvero scritte vergognose: “Guido Rossa infame”. Le stesse parole con cui le Brigate Rosse avevano giustificato l’assassinio.
Quarant’anni dopo, qualcuno aveva ancora il fegato — o meglio, la viltà — di insultare un uomo morto per la Repubblica. Mattarella, in quella stessa giornata, ricordò che Guido Rossa “ha pagato con la sua famiglia il prezzo supremo di chi ha voluto tener fede al valore della Repubblica che in Genova e nelle sue fabbriche ha trovato la Resistenza”. Parole nobili, ma le scritte rimasero. Per giorni. Sotto gli occhi di tutti.
È questo, in fondo, che mi ha fatto volere il pellegrinaggio al monumento. Perché la memoria è fragilissima. Perché basta poco a far dimenticare. Perché in mezzo alla folla festante dell’Adunata, ai canti, agli applausi, alle foto con gli stranieri che ci chiedevano del cappello, mi sembrava giusto che almeno uno dei tanti Gruppi Alpini presenti a Genova si fermasse davanti a quel marmo. Anche solo per cinque minuti. Anche solo a togliersi il cappello.

Sabina, a Roma
Avrei voluto che fosse lì con noi anche Sabina Rossa, sua figlia, donna che porta sulle spalle un cognome che è anche una responsabilità. Le avevo scritto nelle settimane precedenti l’Adunata, sperando che potesse esserci. Sabina mi rispose con la cortesia ferma di chi ha imparato presto a misurare le parole: il 9 maggio sarebbe stata a Roma, per la Giornata in ricordo delle vittime delle stragi e del terrorismo.
Non poteva essere altrimenti. Quella ricorrenza nazionale — istituita nel 2007 nell’anniversario dell’uccisione di Aldo Moro — è uno dei giorni in cui Sabina rappresenta non solo suo padre, ma tutti i caduti del terrorismo italiano. Ci siamo dati la promessa: torneremo. Magari insieme. Le ho mandato una fotografia del nostro Gruppo sotto il monumento, con i cappelli alpini in vista. Mi ha risposto con due parole soltanto: “Grazie, ragazzi.”
Quello che vorrei dire ai miei amici
Al momento delle foto ricordo, davanti al monumento, ho capito una cosa che mi ha fatto pensare: molti dei miei amici — per non dire tutti — non sapevano nemmeno chi fosse Guido Rossa. Non lo dico per accusare nessuno. Lo dico perché è il sintomo di un male più grande: la memoria civile italiana, quella che dovrebbe tenere insieme una Nazione, è in cattive condizioni.
Ci ricordiamo dei calciatori, delle attrici, dei cantanti. Dimentichiamo i giusti. Sappiamo a memoria le formazioni della Nazionale del 1982, ma non sappiamo che a Cesiomaggiore — a un’ora dalle nostre case — nacque un uomo che pagò con la vita la sua scelta di stare dalla parte della Repubblica.
E noi Alpini, in particolare, abbiamo un dovere. Perché Guido Rossa era uno di noi. Bellunese, paracadutista, uomo di montagna. Ha portato il cappello con la penna come lo portiamo noi. Ha calcato le pareti delle Dolomiti come le calchiamo noi. E quando ha dovuto scegliere fra il silenzio e la giustizia, ha scelto la giustizia — esattamente come ci aspetteremmo da un Alpino degno di questo nome.
Per non dimenticare
Questa quinta puntata non era nel programma originario del nostro diario. Doveva chiudersi alla quarta, con la sfilata di domenica. Ma mi è sembrato impossibile lasciarla così. Perché un’Adunata non è solo una festa. Un’Adunata è anche, soprattutto, un esercizio di memoria collettiva. E in questa memoria collettiva Guido Rossa ha diritto a un posto fisso.

Lo dico a chi ha letto fin qui: se non lo conoscevate, fate come hanno fatto i miei amici davanti al monumento. Cercatelo. Leggete la sua lettera del 1970. Ascoltate le parole di Pertini. Andate, se passate da Genova, al monumento in Piazzale Bligny. Toglietevi il cappello. Cinque minuti. Niente di più. Ma cinque minuti che, statene certi, vi cambieranno qualcosa dentro.
Guido Rossa non va dimenticato.
È un dovere — soprattutto nostro, di noi Alpini,
che la memoria la portiamo sul cappello come una piuma.
E a tutti i miei amici, Alpini e non, che mi hanno accompagnato in questo weekend genovese, Stefano, Claudio, Maurizio, Alberto, Loris, Luciano, Cesare, Mosè, Ivano, Mauro, Alfredo, Mara, Lorella, Lorenza, Domenica, Marilisa, Carlotta, Gianni, Roberto, e a tutti quelli che abbiamo incrociato, do il mio ARRIVEDERCI A BRESCIA 2027!
GRAZIE PER ESSERCI STATI!
— dal taccuino di viaggio del Gruppo Alpini di Salce
Michele Sacchet
Il ritratto integrale di Guido Rossa pubblicato sul nostro sito:
“Guido Rossa, un uomo giusto che non va dimenticato”Guido Rossa · Cesiomaggiore, 1 dicembre 1934 — Genova, 24 gennaio 1979
Operaio, sindacalista, Alpino Paracadutista, uomo di montagna.
Medaglia d’Oro al Valor Civile.
Diario dell’Adunata · 5 puntate
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