I canti alpini: storia, memoria e identita
Gli Alpini cantano da sempre, e non per spettacolo. Il canto è stato per generazioni il modo in cui una comunità di montagna si è raccontata la fatica, la lontananza, la guerra e il ritorno. Chi ascolta un coro alpino oggi sente un repertorio che sembra tutto d’un pezzo, nato in trincea. Non è così: viene da tre sorgenti diverse, e distinguerle cambia il modo di ascoltarlo.
Le tre sorgenti del repertorio
La prima è la tradizione orale delle valli, più antica degli Alpini stessi. Canti di lavoro, di emigrazione, di osteria e di corteggiamento che circolavano nelle vallate alpine ben prima del 1872, e che i soldati portarono con sé in caserma perché erano le uniche canzoni che sapevano.
La seconda sono i canti di trincea, nati o rifatti fra il 1915 e il 1918. Quasi mai composizioni originali: più spesso testi nuovi innestati su melodie già note, adattate a un fronte, a un reparto, a una montagna. È il meccanismo che spiega perché lo stesso motivo compaia con parole diverse in zone diverse.
La terza è la più recente e la meno riconosciuta: le composizioni d’autore del Novecento, scritte da musicisti con nome e cognome fra gli anni Venti e gli anni Sessanta. Molte sono così entrate nel repertorio da essere scambiate per canti popolari antichi. Non lo sono.
I canti della Grande Guerra
Il fronte alpino del 1915-1918 produsse il nucleo più noto del repertorio: canzoni sulla vita di trincea, sul fuoco d’artiglieria, sulle tradotte che portavano al fronte, sui morti lasciati in quota. Sono testi diretti, spesso senza retorica, in cui la guerra non è mai eroica: è freddo, attesa e paura.
Molti di questi canti hanno una preistoria più lunga di quella che si racconta. “Il testamento del capitano” è il caso più discusso: la tradizione lo lega a un ufficiale morto in battaglia in epoca ben precedente al Novecento, e la forma che si canta oggi si fissò negli anni della Grande Guerra su un testo che circolava già da tempo.
Il contesto storico di quegli anni è raccontato negli articoli sugli Alpini nella Prima guerra mondiale.
La Grecia, la Russia e il canto più amaro
Il canto più celebre della Seconda guerra mondiale alpina nasce sul fronte greco-albanese nell’inverno 1940-1941, quando la Divisione Julia passò il fiume Sarandaporos. È un caso esemplare di come funziona la tradizione: la melodia non è nuova, viene da un canto della Grande Guerra legato a un altro ponte e a un altro fiume, e il testo la riadatta a una sconfitta diversa.
La storia vera di quel passaggio, e la leggenda che ci si è depositata sopra, sono ricostruite in Ponte di Perati: storia vera, leggenda e il canto degli Alpini.
La campagna di Russia, invece, ha lasciato meno canti di quanto ci si aspetterebbe: la ritirata del gennaio 1943 fu raccontata soprattutto dalla memorialistica, non dal repertorio corale. Le vicende sono negli articoli sugli Alpini nella Seconda guerra mondiale.
I canti d’autore, quelli che sembrano antichi
Nel Novecento diversi musicisti scrissero canti nuovi in stile alpino, e alcuni ebbero tanto successo da essere assorbiti nel patrimonio come se fossero sempre esistiti. Arturo Zardini, in Friuli, compose negli anni Venti in lingua friulana pagine legate ai caduti della Grande Guerra. Bepi De Marzi, con il coro che fondò ad Arzignano nel 1958, scrisse brani che oggi si cantano in tutta Italia, spesso attribuiti alla tradizione.
Il punto non è pedante. Dire “canto popolare” quando si tratta di una composizione del Novecento significa cancellare un autore e una storia precisa, e significa anche non potersi porre la domanda giusta: perché quel brano ha funzionato così bene da sembrare antico.
I cori
Il canto alpino diventa forma associativa con i cori di montagna. Il primo e più influente nasce a Trento nel 1926 in ambiente alpinistico e fissa un modo di cantare — voci maschili, armonizzazione sobria, nessun accompagnamento — che diventerà il modello di quasi tutti gli altri. Da lì in avanti sezioni e gruppi A.N.A. costruiscono i propri cori, che sono insieme repertorio, scuola e presidio di memoria.
È una differenza importante rispetto ad altre tradizioni: il coro alpino non nasce per il palcoscenico. Nasce per cantare insieme, e il concerto viene dopo.
Tre cose che si dicono e non sono vere
- “Sono tutti canti di trincea.” Falso per la maggioranza: molti sono canti popolari preesistenti, riadattati.
- “Sono tutti anonimi.” Falso per una parte consistente del repertorio più eseguito, che ha autori documentati del Novecento.
- “Sono canti di guerra.” Quasi mai. Sono canti sulla guerra, che è il contrario: raccontano l’attesa, il freddo, la casa lontana e i morti, non la vittoria.
A Salce
Le serate corali e i concerti benefici sono fra le attività più antiche del Gruppo Alpini di Salce, insieme alla Befana Alpina e alle gite. Le cronache di quelle serate, con i nomi dei cori ospiti e i programmi eseguiti, sono nelle annate del notiziario Col Maòr, dal 1964 in poi.
Questa sezione raccoglierà schede sui singoli canti: da dove vengono davvero, chi li ha scritti quando è noto, quali leggende ci si sono attaccate sopra. Dove la fonte non è certa lo diremo. È la differenza fra tramandare e inventare.
Fonti
- Notiziario “Col Maòr”, annate dal 1964
- Archivio della Sezione A.N.A. di Belluno
- Repertori e programmi di sala dei cori alpini
Nota per la redazione, da rimuovere prima della pubblicazione
Da verificare prima di pubblicare: (1) l’attribuzione più antica e le varianti regionali del “Testamento del capitano”; (2) la bibliografia di riferimento sui canti alpini, oggi assente. Nessun testo di canzone è riportato in questa pagina, e non va aggiunto: i canti d’autore del Novecento sono coperti da diritto d’autore.