3 ottobre 1935: la guerra d’Etiopia raccontata da Salce
Ci sono date che, rilette molti decenni dopo, assumono un significato molto diverso da quello che ebbero per chi le visse. Il 3 ottobre 1935 è una di queste: quel giorno le truppe italiane mossero dall’Eritrea e diedero inizio all’invasione dell’Etiopia, aprendo una guerra coloniale di aggressione che avrebbe segnato la storia del Paese — e che, sia pure indirettamente, entrò anche nelle case di un piccolo paese di montagna come Salce.
L’Italia, in quegli anni, era sotto il regime fascista. Il conflitto che si apriva sul Corno d’Africa non fu una guerra qualunque: fu voluto e preparato dal governo di Mussolini come impresa di prestigio e di espansione coloniale, e oggi la storiografia ne sottolinea anche gli aspetti più gravi, compreso l’uso di armi chimiche e la durissima repressione contro la popolazione civile etiope. Anche reparti alpini, addestrati per la guerra di montagna, furono impiegati in quella campagna d’Africa; e non è escluso — sebbene resti tutto da verificare — che tra i soldati inviati in Africa Orientale vi fossero anche uomini di Salce o dei paesi vicini.
Di questi eventi, con il linguaggio e la sensibilità imposti dal periodo storico, parlò anche La Voce Amica, il piccolo bollettino parrocchiale di Salce. Questo articolo nasce dall’archivio storico di quel bollettino: riportarne oggi le parole non significa condividerle, ma conservarle come documento di come una piccola comunità bellunese percepì, ottant’anni fa, la grande storia.
La guerra entra nelle case di Salce
Il 3 ottobre 1935, alle prime luci dell’alba, le forze armate italiane schierate in Eritrea varcarono il confine ed entrarono in territorio etiopico senza una dichiarazione di guerra formale. Iniziava così quella che la storia avrebbe chiamato la guerra d’Etiopia: un conflitto coloniale combattuto da uno Stato europeo, l’Italia fascista, contro una nazione africana indipendente e sovrana.
La notizia arrivò rapidamente anche nei paesi più lontani dai grandi centri, portata dai giornali, dalla radio, dalla propaganda del regime che in quei mesi chiedeva alle famiglie italiane un sostegno pressoché totale allo sforzo bellico. Anche a Salce, piccola frazione del Bellunese, la guerra d’Africa entrò nelle conversazioni, nelle preghiere, nelle pagine del bollettino parrocchiale.
La Voce Amica, il bollettino parrocchiale che dal 1927 accompagnava la vita delle famiglie di Salce, raccontò anche gli eventi dell’ottobre 1935. Quelle pagine costituiscono oggi una fonte preziosa per capire come una piccola comunità bellunese ricevesse le notizie provenienti dall’Italia fascista e dalla guerra coloniale.
Anche gli Alpini partirono per l’Africa
Alla campagna d’Etiopia parteciparono anche reparti alpini, reparti nati e addestrati per la guerra sulle Alpi e impiegati invece nel caldo, nella polvere e nelle alte quote dell’altopiano etiopico: un contrasto che molti reduci ricordarono come uno degli aspetti più spiazzanti di quella esperienza. Tra le grandi unità alpine coinvolte figura la 5ª Divisione alpina “Pusteria”, costituita alla fine del 1935 e impegnata, dai primi mesi del 1936, in alcune delle battaglie più dure della campagna, dal Tembien all’Amba Aradam, fino all’ingresso ad Addis Abeba nel maggio dello stesso anno.
Resta un capitolo tutto da approfondire — e potrebbe essere interessante farlo in futuro, attraverso gli archivi militari e i ruoli matricolari — se tra gli alpini inviati in Africa Orientale vi fossero anche uomini di Salce o dei paesi vicini. Non disponendo, al momento, di fonti dirette che lo confermino, non è possibile affermare che vi fossero sicuramente salcesi tra quei reparti: è un’ipotesi di ricerca, non un dato accertato.
La guerra raccontata dal regime
Il regime fascista non lasciò che la guerra d’Etiopia fosse raccontata liberamente. La stampa, la radio e i bollettini di ogni genere — compresi quelli parrocchiali, che pure si muovevano in uno spazio proprio, fatto di vita religiosa e comunitaria — risentivano inevitabilmente del clima di consenso imposto e ricercato dal potere. Le parole con cui si parlava di “civiltà”, di “impresa” e di “grandezza della Patria” erano quelle messe in circolo dalla propaganda ufficiale, ed è con quel linguaggio che anche La Voce Amica del 3 ottobre 1935 diede conto degli avvenimenti ai propri lettori.
Va detto con chiarezza, ed è bene ripeterlo: la storiografia contemporanea giudica oggi quella guerra in modo molto severo. Fu una guerra coloniale di aggressione contro uno Stato indipendente, condotta con metodi che il diritto internazionale già allora vietava.
Leggere quelle parole senza cancellarle
Riproporre oggi il linguaggio utilizzato nel 1935 non significa condividerne lo spirito o la propaganda. Significa conservare un documento e comprendere come la guerra venisse raccontata e percepita in un piccolo paese italiano sotto il regime fascista.
È una distinzione che vale la pena tenere ferma. Un bollettino parrocchiale del 1935 non può essere letto con gli occhi, e tantomeno con i giudizi, del presente: era scritto da persone immerse in un clima politico e culturale che non lasciava, di fatto, alcuno spazio a un racconto diverso da quello ufficiale.
Cancellare quelle pagine, o riscriverle per renderle più accettabili, significherebbe perdere la possibilità di capire davvero come funzionava, nel quotidiano di un piccolo paese, il consenso al fascismo — e quanto fosse difficile, per chi viveva a Salce nel 1935, avere accesso a un punto di vista diverso da quello imposto dal regime.
Cosa sapevano davvero, a Salce?
È una domanda a cui è difficile rispondere con certezza, ed è giusto non forzare le fonti oltre quello che possono dire. Le famiglie di Salce leggevano il bollettino parrocchiale, ascoltavano probabilmente la radio quando disponibile, ricevevano notizie indirette attraverso i racconti di chi tornava dai centri più grandi.
Difficilmente potevano conoscere la reale portata della violenza che la guerra stava producendo in Africa Orientale: la censura del regime, unita alla distanza fisica e culturale dall’Etiopia, rendeva quasi impossibile un’informazione autonoma e verificata.
Quello che sappiamo, invece, è come quella guerra fosse raccontata: con toni patriottici, con l’enfasi sulla missione civilizzatrice, con un linguaggio che oggi riconosciamo immediatamente come propaganda. Il valore storico del bollettino di Salce sta proprio qui: non nell’informazione che offriva sulla guerra reale, ma nella testimonianza che offre su come il fascismo raccontava sé stesso a una piccola comunità di montagna.
Dal bollettino di Salce alla nostra memoria
Rileggere oggi le pagine de La Voce Amica — e in particolare il numero del 3 ottobre 1935, oggi consultabile nell’archivio digitale del bollettino — significa fare un piccolo ma prezioso esercizio di memoria storica. Non per giudicare con il senno di poi chi scriveva in quegli anni, ma per capire come la grande storia, con tutto il suo peso, sia arrivata fino a un piccolo paese bellunese attraverso le pagine di un semplice foglio parrocchiale.
Per chi volesse approfondire la partecipazione degli Alpini bellunesi ai conflitti del Novecento, rimandiamo alla sezione Storia degli Alpini del nostro sito, e in particolare all’articolo I figli di Belluno in guerra, dedicato al 7° Reggimento Alpini bellunese. Come indicato in questo stesso articolo, resta un obiettivo per il futuro verificare, attraverso gli archivi militari, se anche alla guerra d’Etiopia abbiano preso parte uomini di Salce.
Fonti e approfondimenti
- La Voce Amica, bollettino parrocchiale di Salce, 3 ottobre 1935 – consulta il numero
- Archivio digitale: bollettinisalce.com
- Treccani, Enciclopedia Italiana – voce «Guerra italo-etiopica»
- 5ª Divisione alpina «Pusteria» – fonti storiche militari (Esercito Italiano, Associazione Nazionale Alpini)
- Istituto Nazionale Ferruccio Parri – studi sulla guerra d’Etiopia e sull’uso di armi chimiche in Africa Orientale
- In copertina: truppe italiane sfilano in Etiopia (Foto Istituto Luce)


