Rifugio 7° Alpini: la straordinaria storia del rifugio della Schiara costruito da uomini e muli

Il gruppo della Schiara sopra Belluno, con il monte Pelf e la Gusela del Vescova: sotto queste pareti sorge il Rifugio 7 Alpini

Settecentotrentacinque viaggi con i muli. Non è una cifra simbolica e non è una leggenda di paese: è un numero registrato, messo nero su bianco insieme alle 1.440 ore di lavoro degli uomini e ai 120 viaggi fatti a spalla, quando le bestie non bastavano o non passavano. È il conto della fatica che è servita, all’inizio degli anni Cinquanta, per portare a 1.502 metri di quota, sotto la parete sud della Schiara, tutto ciò che serve a costruire una casa di pietra: calce, cemento, sabbia, travi, lamiere, serramenti, i viveri per gli operai accampati lassù.

Oggi il Rifugio 7° Alpini sembra nato lì, come un masso staccatosi dalla montagna. Chi arriva al Pis Pilón dopo tre ore di sentiero lo vede comparire in fondo al prato e lo dà per scontato, come si dà per scontato un campanile. Ma non c’era. Settantacinque anni fa lassù c’erano soltanto la vecchia casera del Pis Pilón, l’acqua dell’Ardo e un’idea che a Belluno si trascinava da trent’anni senza riuscire a diventare niente.

Questa è la storia di come quell’idea è diventata pietra. E soprattutto di chi l’ha portata lassù.

Lassù, sotto la Schiara

Il gruppo della Schiara è la montagna di casa dei bellunesi. Non è la più famosa delle Dolomiti, non ha l’aria da cartolina della Marmolada o delle Tre Cime: è una muraglia severa, che si alza subito alle spalle della città e che i bellunesi si trovano davanti ogni volta che alzano gli occhi. La Gusela del Vescovà, quel dito di roccia forato che si staglia sul filo di cresta, è uno dei profili più riconoscibili delle montagne bellunesi.

Il rifugio sorge in località Pis Pilón, a 1.502 metri, nel comune di Belluno, alla testata della valle dell’Ardo. È di proprietà della Sezione di Belluno del Club Alpino Italiano ed è l’ultimo rifugio dell’Alta Via n. 1 delle Dolomiti: chi percorre quella traversata da Braies verso sud, qui chiude il cerchio prima di scendere in pianura.

La scelta del posto non fu casuale. Secondo le ricostruzioni tramandate dall’ambiente alpinistico bellunese, fu il leggendario “Chino” Viel a individuare la zona giusta: vicino alle pareti quanto basta perché il rifugio serva davvero agli alpinisti, ma al riparo dalle valanghe che d’inverno scaricano copiose lungo quei canaloni. A settantacinque anni di distanza, si può dire che ci avesse visto giusto.

Belluno e l’idea di un rifugio

Che sotto la Schiara servisse un rifugio, a Belluno lo si diceva da almeno tre decenni. La Sezione CAI di Belluno, fondata nel 1891, era uscita dalla Seconda guerra mondiale con la voglia di ricostruire: fu proprio il dopoguerra il periodo in cui la sezione riempì di strutture le proprie montagne — i rifugi sul Nevegàl, il Tissi al Civetta, la ferrata Zacchi e i bivacchi sulla Schiara che avrebbero reso possibile l’Alta Via n. 1.

Ma i rifugi si costruiscono con i soldi, e i soldi non arrivavano. Il progetto rimase per anni una discussione da sede sezionale: bella, condivisa, inconcludente.

Poi successe una cosa che, raccontata oggi, dice molto dell’Italia del 1950 e ancora di più di Belluno. Si decise che il rifugio non avrebbe portato il nome della montagna, né quello di un benefattore, ma il nome di un reggimento: il 7° Reggimento Alpini, e più precisamente la memoria dei suoi caduti. Da quel momento i fondi arrivarono.

Non è una ricostruzione tarda: è la testimonianza di un cronista che era lì. Dino Buzzati, sul Corriere della Sera, scrisse che «se ne parlava da almeno trent’anni; lo Schiara per Belluno è la massima corona», e raccontò che era bastata una notizia sola — l’intitolazione ai caduti del 7° — perché i trent’anni di attesa si sciogliessero.

Un cantiere a 1.500 metri, senza una strada

Vale la pena fermarsi un attimo su cosa significasse, allora, aprire un cantiere lassù.

Non c’erano strade forestali fino al Pis Pilón. Non c’erano elicotteri: in Italia il trasporto in quota con l’elicottero diventerà pratica corrente solo molti anni dopo. Non c’erano teleferiche permanenti, non c’erano betoniere da portare su. C’era una mulattiera che risale la valle dell’Ardo, attraversa e riattraversa il torrente, e nell’ultimo tratto si impenna in una salita che gli escursionisti chiamano ancora oggi, senza troppa fantasia, il Calvario.

I lavori strutturali furono affidati all’impresa dei fratelli Teobaldo e Giuseppe Bortoluzzi, per un importo di 3.800.000 lire — l’edificio “al grezzo”: muri, solai, tetto. Gli operai non facevano la spola con il fondovalle: vivevano accampati al Pis Pilón, per giorni e settimane, e questo significa che lassù non andava portato soltanto il materiale da costruzione, ma anche il cibo, l’acqua, gli attrezzi, tutto.

Il cantiere si chiuse a fine agosto del 1950. Poi toccò all’impresa del senatore Attilio Tissi — nome che nel mondo alpinistico non ha bisogno di presentazioni, uno dei più forti arrampicatori della “scuola bellunese” degli anni Trenta, poi amministratore e parlamentare — completare l’opera: le finiture interne, i serramenti, l’impianto igienico-sanitario, la pavimentazione. Il rifugio venne inaugurato nel settembre del 1951.

Il torrente Ardo poco dopo la sorgente, vicino al Rifugio 7 Alpini
Il torrente Ardo poco dopo la sorgente, nei pressi del rifugio. La valle dell’Ardo è la via naturale di salita dal fondovalle bellunese al Pis Pilón: è la strada che fecero i muli. Foto: 88bl, Wikimedia Commons, pubblico dominio.

735 viaggi con i muli

E qui arriviamo al cuore della vicenda.

Il trasporto dei materiali da costruzione e dei viveri per gli operai non fu affidato a un’impresa di trasporti, perché un’impresa di trasporti, a 1.500 metri e senza strada, non serviva a niente. Fu affidato ai militari. Furono gli Artiglieri della 23ª Batteria del Gruppo Belluno e gli Alpini dell’8° Reggimento di Tolmezzo ad assicurare la salita dei carichi lungo la valle dell’Ardo.

Erano gli anni in cui l’Esercito italiano aveva ancora le salmerie someggiate, e i muli erano un mezzo di trasporto operativo, non un ricordo folkloristico. Un mulo da someggio portava attorno al quintale e mezzo di carico; una colonna partiva prima dell’alba e rientrava a sera. Fare 735 viaggi significa mesi di questo, ripetuti, con la pioggia, con il fango del sentiero, con i guadi dell’Ardo, con le bestie da governare, ferrare, foraggiare.

Il conto della fatica

735
viaggi con i muli

Per costruire il Rifugio 7° Alpini furono necessari 735 viaggi-mulo, 1.440 ore complessive di lavoro degli uomini impiegati nei trasporti e 120 viaggi a spalla, fatti da uomini con il carico sulla schiena dove il mulo non arrivava o non bastava.

Salivano così la calce e il cemento, la sabbia, le travi, le lamiere, i serramenti, la ferramenta, gli attrezzi. E salivano i viveri per le maestranze accampate al Pis Pilón, che lassù restavano per l’intera stagione di lavoro.

Non c’erano strade né elicotteri: fra il fondovalle e il cantiere c’erano soltanto una mulattiera, gli zoccoli dei muli e le spalle degli uomini. Ogni pietra di quel rifugio è passata di lì.

Chi conosce i muli sa che il rapporto con l’Alpino non era quello fra un uomo e un attrezzo. Il conducente aveva il suo mulo, lo conosceva per nome e per carattere, sapeva quando spingerlo e quando lasciarlo fare. In montagna, davanti a un passaggio esposto, spesso era il mulo ad avere ragione. Quella confidenza, costruita in decenni di naja e di guerra, è esattamente il capitale umano che permise a un cantiere impossibile di funzionare.

Se volete capire quanto sia profondo quel legame, abbiamo raccontato altrove la storia del mulo alpino, da compagno di guerra a simbolo vivente della montagna.

Conducente e mulo alla sfilata dell’Adunata Nazionale degli Alpini
Conducente e mulo all’Adunata Nazionale. I muli hanno lasciato i reparti nel 1993, ma restano il simbolo più immediato del rapporto fra gli Alpini e la montagna. Foto: archivio Gruppo Alpini di Salce.

Gli uomini dietro l’impresa

È giusto fare i nomi che le fonti ci consegnano, perché una storia senza nomi diventa subito retorica.

  • “Chino” Viel, alpinista bellunese, individuò il sito adatto: la conoscenza minuta della montagna — dove batte la valanga, dove tiene la neve, quanto è lontana la parete — è un sapere che non si trova sulle carte.
  • Teobaldo e Giuseppe Bortoluzzi, impresari, tirarono su l’edificio al grezzo per 3.800.000 lire.
  • Attilio Tissi, alpinista e senatore, portò a termine finiture e impianti con la propria impresa.
  • Gli Artiglieri della 23ª Batteria del Gruppo Belluno e gli Alpini dell’8° Reggimento di Tolmezzo fecero salire tutto: uomini in divisa, in tempo di pace, impegnati in un’opera civile.
  • La Sezione CAI di Belluno tenne insieme il progetto per trent’anni e ne è tuttora proprietaria.
  • E poi gli operai senza nome accampati al Pis Pilón, i conducenti, i portatori dei 120 viaggi a spalla. Di loro le carte non ci hanno restituito i cognomi. Ma sono quelli che hanno costruito il rifugio.
Alpini al lavoro in alta quota sul Monte Nero, 1916
Alpini al lavoro in alta quota, Monte Nero 1916. Fotografia d’archivio della Prima guerra mondiale: non ritrae il cantiere della Schiara, ma il gesto — pietra, corde, spalle — è lo stesso che trentacinque anni dopo servirà al Pis Pilón. Foto: Ugo Ojetti, Wikimedia Commons, pubblico dominio.

Perché “7° Alpini”

Il nome del rifugio non è un omaggio generico agli Alpini. È un’intitolazione precisa: ai caduti del 7° Reggimento Alpini.

E c’è un dettaglio che rende quella scelta ancora più forte, e che spesso sfugge. Nel 1951 il 7° Reggimento Alpini non esisteva. Era stato sciolto il 12 settembre 1943, nei giorni convulsi seguiti all’armistizio, e sarebbe stato ricostituito soltanto il 1° luglio 1953, all’interno della rinata Brigata alpina “Cadore”.

Vuol dire che quando i bellunesi decisero di dare quel nome alla propria montagna, il 7° Alpini era, in senso stretto, soltanto una memoria: un reparto che non aveva più caserme né bandiera in servizio, ma che continuava a esistere nelle famiglie, nei cognomi delle lapidi, nei racconti dei reduci. Intitolargli un rifugio significava dire, molto semplicemente, che quel reggimento non era finito.

Perché “7° Alpini”?

Il 7° Reggimento Alpini nasce a Conegliano il 1° agosto 1887, in applicazione del regio decreto del 10 luglio dello stesso anno che porta il Corpo degli Alpini a ventidue battaglioni. Primo comandante è il colonnello Angelo Fonio.

Si forma con battaglioni che portano i nomi di queste valli: “Feltre”, “Pieve di Cadore” e “Gemona”, ai quali nel corso della storia si affiancheranno il “Belluno” e il “Cadore”. Il suo motto è Ad excelsa tendo.

Per generazioni di famiglie bellunesi il 7° è stato semplicemente “il reggimento”: quello in cui partivano i figli, i padri, i fratelli. Dare il suo nome al rifugio sotto la Schiara significava mettere un nome collettivo sulla montagna di casa.

Oggi il 7° Reggimento Alpini ha sede proprio a Belluno, nella caserma “Salsa D’Angelo”, e appartiene alla Brigata alpina “Julia”.

Il 7° Reggimento e Belluno

Non serve qui una storia completa del reggimento — sarebbe un altro articolo, e lungo. Servono però le poche cose che spiegano perché quel numero, a Belluno, pesi.

Il 7° viene impiegato in Libia nel 1911-1912. Poi arriva la Prima guerra mondiale, che si combatte anche in casa: il fronte scende sul Piave e il Bellunese finisce sotto occupazione dopo Caporetto. Il conto del reggimento nel primo conflitto è pesantissimo — nell’ordine dei 141 ufficiali e oltre 3.600 soldati caduti — e vale alla bandiera l’Ordine Militare d’Italia. Di quel periodo abbiamo raccontato un episodio preciso in Agosto 1917: la battaglia della Bainsizza e il 7° Reggimento Alpini sull’Isonzo.

Seguono l’Africa Orientale nel 1936 e, fra il 1940 e il 1941, il fronte greco-albanese, dove l’8 dicembre 1940 cade il comandante del reggimento, colonnello Rodolfo Psaro, Medaglia d’oro al valor militare alla memoria. Poi il 1943, lo scioglimento, la deportazione di gran parte degli uomini.

Il legame con la provincia, però, non si esaurisce con le guerre. Anzi: le pagine che i bellunesi ricordano meglio sono due pagine di pace. Nell’ottobre 1963, dopo il disastro del Vajont, il 7° è tra i reparti impegnati nel soccorso: per quell’intervento la sua bandiera riceverà la Medaglia d’oro al valor civile. Nel novembre 1966 il reggimento è di nuovo in prima linea, questa volta contro l’alluvione che devasta il Bellunese.

Nel 2005 il 7° torna nella sua sede storica di Belluno, la caserma “Salsa D’Angelo”; nel 2011 la Città di Belluno gli conferisce la cittadinanza onoraria. Non è un atto formale: è il riconoscimento di un rapporto che dura dal 1887.

Il giorno dell’inaugurazione

Nel settembre del 1951 Belluno salì al Pis Pilón. Sappiamo che fu una giornata di sole e di gente, con le autorità, il CAI, gli Alpini, e un vecchio generale che prese la parola. Sappiamo che il rifugio venne consegnato a chi lo avrebbe usato — alpinisti, escursionisti, e chiunque avesse bisogno di un tetto lassù.

Una precisazione, perché la memoria locale merita rigore: le fonti consultabili concordano sull’anno e sul mese — settembre 1951 — ma non forniscono in modo univoco il giorno esatto dell’inaugurazione. La data del 23 settembre 1951 circola nelle ricostruzioni ed è compatibile con la cronaca di Buzzati pubblicata il 25, ma non siamo riusciti a documentarla con una fonte primaria: chi possedesse un documento, una fotografia datata o una copia del giornale dell’epoca, è invitato a scriverci. Anche questo è fare memoria.

Dino Buzzati racconta il Rifugio 7° Alpini

Al Pis Pilón, quel giorno, c’era anche l’inviato speciale del più importante quotidiano italiano. Il che, per un rifugio di provincia, non era affatto scontato — se non fosse che l’inviato era nato a un paio di chilometri da lì.

Dino Buzzati era di Belluno. Nato nel 1906 a San Pellegrino, alle porte della città, aveva imparato a guardare la Schiara da ragazzo; l’aveva scalata, disegnata, raccontata. Le montagne dei suoi libri — comprese quelle immaginarie che circondano la Fortezza Bastiani nel Deserto dei Tartari — hanno la forma e il silenzio di queste pareti. Al Corriere della Sera Buzzati era entrato giovanissimo e ci sarebbe rimasto tutta la vita.

L’articolo uscì il 25 settembre 1951 con un titolo che è rimasto: «Non parlava inutilmente il vecchio generale degli alpini». È da quel pezzo che arriva la testimonianza più citata sulla nascita del rifugio: i trent’anni di discussioni sterili, e la svolta improvvisa quando si decise di intitolarlo ai caduti del 7°.

Buzzati non era un retore, ed è questo che rende preziosa la sua cronaca. Conosceva benissimo la retorica militare e sapeva riconoscerla; se in quel titolo scrisse che il vecchio generale non parlava inutilmente, è perché aveva visto che, quella volta, le parole avevano prodotto un edificio di pietra a 1.502 metri di quota.

Dino Buzzati e quel giorno del 1951

Dino Buzzati con Mario Missiroli e Gaetano Afeltra al Corriere della Sera, 1952 circa

Dino Buzzati (a sinistra) accanto a Mario Missiroli, direttore del Corriere della Sera, e a Gaetano Afeltra: siamo intorno al 1952, pochi mesi dopo il reportage dalla Schiara. Foto: autore ignoto, da G. Afeltra, «Missiroli e i suoi tempi», Bompiani 1985; Wikimedia Commons, pubblico dominio.

Chi era. Dino Buzzati (1906-1972), scrittore, pittore e giornalista, nato a San Pellegrino di Belluno e per tutta la vita firma del Corriere della Sera. Autore del Deserto dei Tartari, di Il segreto del Bosco Vecchio, di centinaia di racconti.

Le sue montagne. La Schiara e le Dolomiti bellunesi sono la sua formazione alpinistica e la sua ossessione letteraria: le ha arrampicate, dipinte e trasfigurate in paesaggi immaginari che restano riconoscibilissimi.

L’articolo. Il 25 settembre 1951, sul Corriere della Sera, esce come inviato speciale il suo racconto dell’inaugurazione: «Non parlava inutilmente il vecchio generale degli alpini». È la fonte da cui sappiamo che il rifugio, atteso per trent’anni, si sbloccò quando si decise di dedicarlo ai caduti del 7° Alpini.

Alpini e muli: una storia inseparabile

C’è un motivo se, in questa storia, i muli non sono un dettaglio di colore.

Il mulo è stato per un secolo l’infrastruttura degli Alpini. Dove finiva la rotabile cominciava la salmeria: artiglieria da montagna smontata e caricata a pezzi, munizioni, viveri, materiali. Nella Prima guerra mondiale, in Grecia, in Russia, e poi in tutte le esercitazioni del dopoguerra, la logistica alpina è stata per larghissima parte una logistica a quattro zoccoli. I muli lasceranno ufficialmente i reparti soltanto nel 1993.

Il Rifugio 7° Alpini è, in questo senso, un monumento involontario: è la prova materiale di cosa fossero capaci di fare quegli uomini e quelle bestie messi insieme. Non un’impresa di guerra — un’opera civile, in tempo di pace, per lasciare qualcosa a chi sarebbe venuto dopo. Che è poi, a pensarci, la definizione più esatta di cosa significhi essere Alpini quando la naja è finita.

Passaggio attrezzato sulla ferrata Marmol, in discesa dalla Schiara verso il Rifugio 7 Alpini
Passaggio attrezzato sulla via ferrata Marmol, in discesa dal versante sud della Schiara verso il Rifugio 7° Alpini. Foto: BjoeMu, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0.

Il rifugio oggi

Il Rifugio 7° Alpini è ancora lì, ancora di proprietà della Sezione CAI di Belluno, ancora aperto nella stagione estiva con una cinquantina di posti letto in camerate. È base per le vie e le ferrate della Schiara — la Zacchi, la Marmol, la Piero Rossi, la Sperti — e tappa finale dell’Alta Via n. 1 delle Dolomiti; si trova all’interno del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi, in area riconosciuta Patrimonio Mondiale UNESCO.

La gestione è cambiata più volte nel tempo, come accade a tutti i rifugi. Quello che non è cambiato è la funzione: un tetto e un pasto caldo a 1.502 metri, per chi ci arriva con le proprie gambe.

Dal 2010 il sentiero che porta lassù ospita anche una cronoscalata da Case Bortot al rifugio — circa 7 chilometri e 900 metri di dislivello — che ha però radici molto più antiche: già negli anni Sessanta gli alpinisti bellunesi si sfidavano su quella salita, chi con lo zaino carico e chi a torso nudo, per misurare la forma.

Una storia che appartiene ancora a Belluno

Ci sono monumenti fatti apposta per essere monumenti: stanno in piazza, hanno una targa, si visitano una volta all’anno. E poi ci sono monumenti che uno usa senza accorgersene — ci dorme dentro, ci mangia, ci si ripara dal temporale.

Il Rifugio 7° Alpini è del secondo tipo, ed è per questo che funziona. Ogni volta che qualcuno spinge quella porta, sta entrando in un edificio salito lassù pezzo per pezzo sulla schiena dei muli e degli uomini, e intitolato a un reggimento che nel 1951 esisteva soltanto nella memoria di chi lo aveva fatto.

Settecentotrentacinque viaggi. È il numero che vale la pena ricordare la prossima volta che, dal fondo del prato del Pis Pilón, quel rifugio sembrerà lì da sempre.

Vuoi raggiungere il Rifugio 7° Alpini?

Questa è la storia del perché quel rifugio esiste. Se dopo averla letta ti è venuta voglia di salirci davvero, la guida pratica all’escursione — partenza da Case Bortot, sentiero CAI 501 lungo la valle dell’Ardo, tempi di percorrenza, dislivello, difficoltà, varianti e consigli per la visita — è pubblicata sul portale turistico DolomitiBelluno.it.

Rifugio 7° Alpini: come arrivare da Case Bortot →

Domande frequenti sul Rifugio 7° Alpini

Perché il Rifugio 7° Alpini si chiama così?

Perché è intitolato ai caduti del 7° Reggimento Alpini, il reggimento storicamente legato al Bellunese. Secondo la cronaca di Dino Buzzati sul Corriere della Sera, fu proprio la decisione di dedicarlo alla memoria dei caduti del 7° a sbloccare i finanziamenti dopo circa trent’anni di progetti rimasti sulla carta.

Quando fu costruito il Rifugio 7° Alpini?

I lavori si svolsero fra la fine degli anni Quaranta e il 1951; le fonti disponibili non indicano con precisione la data di apertura del cantiere. La costruzione dell’edificio al grezzo, affidata all’impresa Teobaldo e Giuseppe Bortoluzzi per 3.800.000 lire, si concluse a fine agosto del 1950; le finiture interne, i serramenti, gli impianti e la pavimentazione furono realizzati successivamente dall’impresa del senatore Attilio Tissi.

Quando venne inaugurato?

Nel settembre del 1951. Le fonti consultabili concordano su mese e anno; il giorno esatto non è documentato in modo univoco, ma l’inaugurazione precede di pochi giorni l’articolo di Dino Buzzati uscito sul Corriere della Sera il 25 settembre 1951.

Quanti viaggi fecero i muli per costruirlo?

Furono effettuati 735 viaggi-mulo, con 1.440 ore complessive di lavoro degli uomini impiegati nei trasporti e ulteriori 120 viaggi a spalla. Il trasporto di materiali e viveri fu assicurato dagli Artiglieri della 23ª Batteria del Gruppo Belluno e dagli Alpini dell’8° Reggimento di Tolmezzo.

Qual è il rapporto tra il 7° Reggimento Alpini e Belluno?

Il 7° Reggimento Alpini fu costituito a Conegliano il 1° agosto 1887 con battaglioni che portano i nomi di questi luoghi — “Feltre”, “Pieve di Cadore”, “Gemona”, poi “Belluno” e “Cadore”. Sciolto nel 1943 e ricostituito nel 1953, intervenne nel soccorso dopo il disastro del Vajont del 1963 (Medaglia d’oro al valor civile alla bandiera) e nell’alluvione del 1966. Dal 2005 ha sede a Belluno, nella caserma “Salsa D’Angelo”, e nel 2011 ha ricevuto la cittadinanza onoraria della città.

Cosa scrisse Dino Buzzati sul Rifugio 7° Alpini?

Buzzati seguì l’inaugurazione come inviato speciale del Corriere della Sera e vi dedicò l’articolo «Non parlava inutilmente il vecchio generale degli alpini», pubblicato il 25 settembre 1951. Vi raccontò l’attesa trentennale della città e il fatto che l’intitolazione ai caduti del 7° Alpini fu ciò che rese finalmente possibile l’opera.

Dove si trova il Rifugio 7° Alpini?

In località Pis Pilón, a 1.502 metri di quota, nel comune di Belluno, alla testata della valle dell’Ardo sotto la parete sud della Schiara, all’interno del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi. È di proprietà della Sezione di Belluno del Club Alpino Italiano ed è l’ultimo rifugio dell’Alta Via n. 1 delle Dolomiti.

Fonti e approfondimenti

Immagine di apertura: il gruppo della Schiara visto da Col di Roanza — foto di Fistarol Ivan, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0.

Gli Alpini nascono il 15 ottobre 1872 e da allora hanno attraversato due guerre mondiali, la Resistenza e le missioni di pace. Puoi leggere tutti gli approfondimenti sulla storia degli Alpini.

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