La resa bulgara di Monastir e il ruolo dell’Italia nel fronte macedone
Il contributo dei soldati italiani sul fronte macedone nella Grande Guerra
Nel settembre del 1918, sul fronte macedone, la 35ª Divisione italiana fu protagonista delle ultime battaglie che portarono al crollo dell’esercito bulgaro. Un episodio poco ricordato in Italia, ma decisivo per comprendere il ruolo dei nostri soldati nella fine della Grande Guerra nei Balcani.
Durante la Prima guerra mondiale, il fronte macedone — detto anche “fronte di Salonicco” — rappresentò un teatro spesso marginale rispetto alle cronache della guerra, ma decisivo nell’autunno del 1918.
Dopo anni di stallo, la pressione alleata, guidata dal generale francese Franchet d’Espèrey, si concentrò tra il fiume Vardar e le alture che difendevano la città di Monastir (oggi Bitola, in Macedonia del Nord).
Qui operava anche il Corpo di spedizione italiano, costituito dalla 35ª Divisione di fanteria, comandata dal generale Ernesto Mombelli.
La 35ª Divisione italiana in Macedonia
La divisione era composta da brigate che avevano già dato prova di valore sul fronte alpino, come la brigata “Cagliari” e la brigata “Ivrea”. Dal 1916 la 35ª operava in Macedonia, e nel 1917-18 fu progressivamente trasferita nel settore di Monastir, con il compito di collaborare agli sforzi franco-serbi per rompere la linea bulgara.
Il 22 settembre 1918, durante la battaglia di Dobro Pole e i successivi assalti alle alture a nord di Monastir, la divisione conquistò la quota 1050 infliggendo dure perdite alla 302ª divisione tedesca e facendo 150 prigionieri in quell’azione.
Nei giorni seguenti, l’avanzata italiana si spinse verso la Cerna e Prilep, accompagnata dalla resa di numerosi reparti bulgari.

I prigionieri bulgari: mito e realtà
Le cronache dell’epoca parlarono di una cattura massiccia di prigionieri: dispacci internazionali riportarono già il 30 settembre 1918 che gli Alleati avevano fatto “oltre 10.000 prigionieri” insieme a 200 cannoni.
Questo dato, però, riguardava l’intero fronte macedone e l’insieme delle armate alleate (francesi, serbe, greche, italiane e britanniche), non la sola 35ª Divisione italiana.
La 35ª ebbe un ruolo di rilievo in questo processo: nelle sue avanzate furono raccolti centinaia di prigionieri bulgari, segno del crollo morale dell’esercito avversario dopo l’offensiva del Vardar.
Tuttavia, non si può attribuire direttamente alla sola divisione italiana il numero simbolico dei 10.000 prigionieri, che resta un dato complessivo dell’armata alleata.
L’armistizio di Salonicco e l’occupazione in Bulgaria
La disfatta portò la Bulgaria a chiedere un armistizio già il 29 settembre 1918.
Alla 35ª Divisione italiana spettò quindi il compito di entrare in territorio bulgaro, assumendo funzioni di presidio e di ordine pubblico nelle zone occupate fino al luglio 1919.
Fu un’esperienza poco conosciuta ma significativa, che vide i soldati italiani proiettati in una realtà balcanica lontana dalle Alpi e dalle trincee del Piave.
Il Gen. Mombelli e le Forze Alleate
L’eco dei “10.000 prigionieri bulgari” catturati nel settembre 1918 va letta come il simbolo del collasso dell’esercito bulgaro più che come un dato preciso riferibile alla sola 35ª Divisione.
Resta però il fatto che i soldati italiani di Mombelli ebbero un ruolo decisivo nel forzare la resa nemica e nell’aprire la strada alla conclusione della guerra nei Balcani.
Il Gen. Mombelli, dopo la vittoria, assunse un ruolo di primo piano nella fase interalleata: rappresentò l’Italia nella Commissione militare interalleata e guidò le truppe italiane di occupazione inviate a Budapest nel 1919, in un contesto delicato segnato dal crollo dell’Impero austro-ungarico e dall’effimera Repubblica Sovietica Ungherese.
La sua carriera proseguì poi con incarichi di comando in patria e missioni internazionali, testimonianza della fiducia che gli Alleati riposero in lui come figura equilibrata e capace di coordinarsi in contesti multinazionali.
In questo episodio, spesso trascurato dalla storiografia italiana rispetto a Caporetto o al Piave, si coglie la dimensione europea del conflitto e il contributo dell’Italia in un fronte “secondario” che però accelerò la fine della Grande Guerra.
Roberto De Nart
Per il Col Maòr n. 3 del 2025
Nella foto di copertina:
La Missione Militare Interalleata a Budapest: (secondo da sinistra) il Ministro Constantin Diamandy, gen. Harry H. Bandholtz (USA), gen. Ernesto Mombelli (Italia), gen. Reginald Gorton (Gran Bretagna), gen. Jean César Graziani (Francia), gen. Gheorghe Mărdărescu (Romania).
